Archivi del mese: gennaio 2014

Dammi il tuo fumo passivo.

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Estasi. Sguardo annebbiato dal fumo che aleggia nella stanza. Aria gelida che entra dalla finestra. Musica, leggera. Musica da colonna sonora. Nella mia testa.

Corpi sdraiati sul letto, in opposizione. Gambe che si intrecciano e completano perfettamente. Odore di marijuana. Odore di sesso ancora tra le lenzuola. Espressione orgasmica. Sentimenti celati, inesplicabili.

Vieni qui, dammi il fumo passivo, dalle tue labbra”.

Lentamente avvicinandosi, bramando il contatto carnale.

Respiro profondo, pieno, quasi a voler succhiare l’anima. Quasi a sentirsela dentro di sé, quell’anima. L’anima profonda, gentile, senza oscurità. Brividi cerebrali.

Istinti pulsionali repressi cercano di farsi spazio in quest’attimo afrodisiaco. Passione silenziosa. Sensualità marcata in ogni gesto, in ogni movimento nello spazio di questa stanza. Abbandonarsi alla piacevole sensazione che, stanotte, non si è i soli a ricoprire la superficie di questo letto.

Il troppo ricordare spesso sbiadisce i ricordi. Come una parola che, se viene pronunciata ripetute volte, perde il significato iniziale. E ci sembra tutto assurdo quando siamo lontani, lontani da quell’immagine che abbiamo creato. Creato e realizzato, mistificandola fino all’estremo.

Mi accuccio e tutto quello che penso non ha più senso, improvvisamente.

JUST BREATHE

(Foto di Stefania Cacace – Frame. )


Il profumo.

Il profumo degli uomini.

Perché portate profumi così buoni che mi si attaccano addosso e mi stordiscono per ore?

Poi metto questa e mi abbandono.


Un accappatoio che mi stia bene.

Io, nella mia vita, ho sempre avuto accappatoi più grandi di me. Più larghi delle mie spalle e più lunghi delle mie gambe. Non perché non esistano accappatoi delle mie misure, ma è solo perché non gliene ho dato mai importanza. Cioè, ho sempre preso accappatoi degli altri. Tipo quello di mia madre, o di mio fratello. Non ne ho mai avuto uno completamente mio.

Ora penso che sia importante, averne uno tutto mio. Del mio colore preferito, della mia stoffa preferita e della mia misura. Sopratutto quella. Perché quando ci sono 4 gradi e devo uscire dalla doccia, ho bisogno di qualcosa che mi avvolga. Una protezione, ecco. Poi io amo stare in accappatoio. Girare per casa. Capelli bagnati. Ciabatte. Magari mi fumo una sigaretta, appena uscita dalla doccia, abbandonandomi al profumo del mio bagnoschiuma preferito. All’albicocca. Splendido. Un profumo che sento mio. Un momento nella mia intimità in cui, tutto il resto, viene dopo. Per forza.

Voglio un accappatoio tutto mio… Della mia misura. Che non mi stringi. Che non mi stia largo.

Non mi voglio accontentare, perché dovrei? Perché non mi sono mai accorta di quanto sia importante?
Mi sono accontentata. Forse in certi casi è meglio restare nudi, che con un finto indumento addosso.


Instabilità mentale.

Perché la gente ha un modo così contorto di dimostrare affetto?

– “Sai? Io, ti voglio bene

– “Anche io

Punto. Semplice, veloce, indolore. Niente sotterfugi, niente giri di parole, nessun equivoco, nessun ripensamento, neanche un minimo enigma, niente di niente. Dimostrare affetto: l’azione più semplice del mondo. Perché l’uomo è biologicamente programmato per COMPLICARSI LA VITA? Per paura. L’uomo è completamente succube della paura. La paura di scoprire i suoi sentimenti, mettere a nudo la sua anima. Paura di non essere ricambiato, paura di mettersi in gioco. Paura che possa arrivare qualcuno a distruggere il suo castello di certezze (le cui fondamenta sono soltanto illusioni). Un vecchio proverbio recita “Chi non risica, non rosica”.

E’ proprio così. La vita è esattamente così. Niente ti vien dato per niente. Per tutto c’è un prezzo da pagare, anche per i sentimenti.

Così… prima di sorridere mordendo le sue pallide labbra, dovrai sopportare l’amaro sapore delle lacrime che ti bruciano in viso. Prima di vedere il suo nome lampeggiare sul display del tuo cellulare, dovrai passare ore, giorni, settimane ad aspettare una sua risposta a un tuo stupido messaggio. Prima di notare i suoi occhi brillare di stupore mentre osservano il tuo buffo viso, dovrai inghiottire acide dosi di indifferenza e saluti negati.

Caparbietà. Resistenza. Forza. Tenacia. Testardaggine. Ci vuole questo, se vuoi ottenere quello che vuoi. Devi sudartelo. Più è amara la salita e più dolce sarà l’arrivo. Del resto, noi uomini siamo così! Non amiamo le cose semplici. No. A noi piace contorcerci dal dolore. A noi piace ascoltare musiche tristi che ci ricordano quella-persona e piangere fiumi di lacrime. A noi piace umiliarci, buttare il nostro orgoglio nel cassonetto dell’umido. A noi piace ubriacarci per dimenticare e per combinare un casino immenso (che neanche Mago Merlino con i suoi incantesimi potrebbe sistemare). Noi siamo così, strani. Un po’ masochisti. Si. Un po’ idioti. Anche. Il fatto è che io non ho capito qual è stato il momento in cui ho cominciato a desiderare cose folli. Cioè. Non lo so.

Siamo indecisi, si. Schifosamente indecisi. Io voglio qualcosa, la ottengo e poi? (Ovviamente non posso fermarmi qui, no. Ho bisogno di altro.) Insoddisfazione pura. Perché? Perché siamo esseri umani, è nella nostra natura. Per non parlare del fatto che, ogni tanto (giusto ogni tanto, si), quello che diciamo di volere… non corrisponde a ciò di cui abbiamo bisogno.

E allora ecchecazzo! (Che poi ci sono anche quelli che sostengono di aver ottenuto tutto dalla vita, ma io ovviamente non ci credo… e, personalmente parlando, mi stanno anche un po’ sulle scatole.)

Voglia di tornare molto indietro o andare esageratamente avanti.

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Irresistibile adrenalina notturna.

La gente di notte diventa pazza.

Trovi due amanti che si incontrano segretamente nel sottoscala di un vecchio palazzo. Macchine che sfrecciano su strade deserte ed improvvisano pericolosi testacoda. Illusi e sognatori che si apprestano ad una follia d’amore. I tormentati ed eterni indecisi, forse un po’ ubriachi, che azzardano una passeggiata in solitudine per le vie del centro. Gli artisti di strada che aspettano il buio per creare immense opere di vernice su mura troppo alte per essere buttate giù.

La follia prende forma sotto il manto della notte, al chiaro di luna, accompagnata da quell’irresistibile adrenalina che ti scorre nelle veneCon il cuore in gola e l’ansia che ti pulsa dentro, ti appresti a fare un’altra follia notturna.

Stanotte la nostra quale sarà?

Non lo so ancora, ma avrà sicuramente questa colonna sonora.


Nothingman.

Litigo e penso e ascolto questa.

La relazione più sincera, che io abbia mai avuto, è stata con il “trentenne” di stampo indecifrabile. Non pretendevo niente. Assolutamente niente. Non avevo bisogno di dimostrazioni d’amore pubbliche o di attaccare l’etichetta “fidanzato” sulla sua testa. Volevo solo essere amata, in quei pochi momenti che ci ritagliavamo per noi.

Non ricordo una lite. Nemmeno una. Non ricordo scenate di gelosia, nessuna. Anche se di dubbi e di problemi, ne avevamo piene le teste. Ricordo solo l’intensità dei momenti.

La vita mi corre davanti e io galoppo per raggiungerla, sono schiava del mio passato e del mio presente. Il passato che ha risucchiato tutto e che puntualmente mi da immagini di se riflesse, nel presente. Io vedo e sento il tuo profumo in qualche modo costante. Ci sarà una parte di me che mi crea allucinazioni? Stanotte ti ho sognato. Uno di quei sogni chiarissimi da vivere, ma difficili da raccontare.

Eri tu, mi prendevi e mi dicevi di venire con te perché io avevo bisogno di te e anche tu. Mi prendevi per mano e mi guidavi verso una giusta direzione; non lo dicevi, ma sapevo dentro di me che era giusta. Vedevo nemiche le persone che nella realtà mi sono amiche.

Ostinante mi lasciavo trascinare e tu eri accanto. Stringevi il mio polso e ascoltavi la mia storia.

Guardo avanti. Per un attimo mi giro ad osservarti per assicurarmi che tu sia veramente tu, ma non è così. Immediatamente stai invecchiando. Le rughe, il tuo viso troppo maturo. Ti accarezzo la testa e mi ritrovo un pugno di capelli che stringo con rabbia nel palmo della mia mano.  Perché hai perso questo tempo se era questo quello che volevi?

In realtà io sono identica a prima, non una ruga, non un segno del tempo, stesso conto in banca e stessa precarietà.

Mi sveglio di soprassalto spaventata di aver ceduto al mio incubo. Mi alzo e vado a lavare la mia faccia scossa dalle espressioni della notte.

Io non voglio restare “giovane per sempre” e poi svegliarmi un giorno e capire di aver sprecato il mio tempo. Non voglio alzarmi e capire di aver desiderato le cose sbagliate.

Vivo di emozioni forti, o almeno prima era così. Adesso mi lascio trascinare dalle barbarie della  società e del mondo. Vivo con e per gli altri, senza chiedermi se è giusto.

Sono realmente cambiata?

Con te era tutto un percorrere strade pazzesche e immaginarie.

Noi non facevamo mai passi avanti, restavamo sull’orlo del nulla ad ascoltare ciò che la vita ci sussurrava. Tu avevi bisogno di me per sognare e io di te per crescere.

Ora sono cresciuta infelice. Passo sopra le emozioni per privilegiare il buonsenso. Vorrei evadere, ma tutto ciò che mi circonda è costruito. Tutto costruito dall’uomo e per l’uomo. Qualsiasi modo io abbia per evadere è in realtà una costruzione mentale e architettonica. Io vedo luoghi, case, bar.. costruite dall’uomo. Divertimento sfrenato per far soldi. Ricerca oscura della felicità.

Ma cosa voglio che sia la mia felicità?

Tu hai provato a spiegarmelo, ma non sei riuscito a dimostrarlo. Ora cerco un perché e una via di fuga da ciò che gli altri chiamano “vita”.

“Una volta lei credeva
ad ogni storia lui le raccontasse
un giorno si è irrigidita
lo ha abbandonato
sguardi vuoti
da ogni angolo di una cella in prigione
uno esce appena
l’altro è lasciato dentro al pozzo
e colui che dimentica
sarà destinato a ricordare.”


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