Archivi del mese: febbraio 2014

La Patria della vergogna.

Mi sveglio di soprassalto, la mia coinquilina apre la porta e mi urla
Oi, vuoi venire a vedere Napolitano in Piazza Duomo?
Io, ancora troppo presa dai miei sogni, le rispondo con un “Si” un po’ confuso. Un attimo dopo sto correndo tra il bagno e la mia stanza, saltellando per infilare il primo paio di jeans che mi è saltato all’occhio. Non ho il tempo di farmi il caffè. Il telefono continua a squillare, i nostri vicini da sotto il palazzo si lamentano “Sbrigatevi, sbrigatevi”.
Mi sciolgo le trecce, agito la testa per cercare di dare un senso a quei miei capelli. Prendo la borsa, la macchina fotografica, il cellulare, le chiavi e una sigaretta già rullata.
Mi precipito sotto, ci dirigiamo verso piazza Duomo, passo veloce.. velocissimo. Ci troviamo ad un incrocio di via Vittorio Emanuele II. I vigili stanno dirigendo il traffico. Scorgiamo in fondo delle transenne messe male in mezzo la strada e una folla. Piano piano che ci avviciniamo la folla si fa immensamente più piccola.
Una classe di bambini della scuola elementare, tutti vestiti bene, camicia e cravattino. Un’anziana che tiene un ragazzo sulla sedia a rotelle, malato. Lei si sporge, si mette al limite del marciapiede dicendo al poliziotto “Il Presidente lo deve vedere”. Il poliziotto annuisce, freddamente.
La voce dell’anziana è piena di speranza, come se stesse passando il Papa a lanciarle la benedizione.
C’è una signora che si lamenta per il fumo della sigaretta, quindi ci spostiamo un po’.
Ci sono i giornalisti e le telecamere. Ci sono delle transenne e dietro alcune persone, gente comune. Qualcuno affacciato al balcone butta un occhio disinteressato. Poca gente ad attendere il Presidente. Il Presidente di questa Repubblica ormai crollante.
Ecco, la gente gira la testa. Sta uscendo.
Viene scortato da un uomo che lo fa sistemare sul sedile posteriore destro dell’auto blu di turno. Accelera e cammina. Il finestrino abbassato quanto basta per far vedere le dita della mano vecchia, che agita per salutare la folla. (Folla, si fa per dire).
Silenzio. Il silenzio. Nessun applauso. Nessuno sventolare di bandiere. Mentre quell’auto fa quei pochi metri.
Il silenzio. Come se tutti stessimo fermi a guardare il volto che sta mangiando la nostra dignità. Tutti fermi a guardare quell’ex comunista che si riempie del suo titolo e ne abusa, stuprando la Costituzione e gli italiani. Eravamo tutti zitti a guardare l’auto che andava via, scortata da altre 10 auto blu, tutte vuote. Come se la consapevolezza di non valere un cazzo in questo Paese ci avesse appiattito le teste.
Una ragazza urla “PENSA AI GIOVANI” e ancora “PENSA AI GIOVANI
E poi va via, arrabbiata. Non si gira, niente. Ha urlato con la voce soffocata, piena di rabbia, rabbia da non poter neanche scandire le parole.
Io ho sentito una scarica di adrenalina, mentre quella ragazza urlava. Lei stava urlando con la voce di tutti noi muti a guardare quello spettacolo.
Lo spreco dei nostri soldi.
Il Presidente va via, seduto sopra i suoi sedili in pelle. Comodi.
Il tutto è stato si e no un quarto d’ora. Io ci sono stata dentro, quel quarto d’ora. Ho sentito la pesantezza del mio essere italiana. Ho sentito il patriottismo e poi la vergogna. Ho sentito il conservatorismo di questa Italia, il tradizionalismo; ho sentito tutte le barriere innalzate per mantenere lo status quo. Ho sentito la rassegnazione. La pelle d’oca che mi invade quando ascolto la canzone “Io non mi sento italiano” di Giorgio Gaber. Tutto lì. Ero sul punto di partire al centro della strada, ma non l’ho fatto.

Comunque il Presidente è passato, non ha fatto caso al ragazzo sulla sedia a rotelle, non ha sentito l’urlo soffocato dalla rabbia di una giovane, non ha visto la signora che si lamentava del fumo della sigaretta, non ha captato la brutta aria che tirava, non ha fatto caso al non-applauso. No. Lui è sulla sua auto blu.

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Il mio giorno preferito.

Questo giorno è arrivato già altre 21 volte, oggi è la 22esima. E’ strano. Un giorno, soltanto un giorno che si ripete ogni anno. Una volta ho letto in un libro che “ogni volta che si uccide una persona, automaticamente si uccide un MONDO”. Si. In questo mondo sono compresi amici, parenti, colleghi, compagni, conoscenti etc

Ma di questo mondo fanno parte anche tutte le cose che questa persona ha “toccato” con mano. Tutti i paesaggi che le hanno invaso gli occhi. Tutte le musiche e le playlist che quella persona ascoltava, di rado o ripetutamente. Tutte le parole di conforto che quella persona riusciva a proferire ad un amico. A questo mondo appartengono anche tutte le esperienze vissute, in cui faceva parte di un gruppo, più o meno ristretto. Il sesso, quello violento e quello dolce. Tutti i profumi che quella persona ha sentito, magari un profumo di zagara durante le vacanze in Sicilia; oppure lo smog delle macchine in mezzo al traffico. Di questo mondo fa parte anche quella maglietta preferita, un po’ sciupata dagli assidui lavaggi. Tutte le case e i luoghi in cui ha vissuto, in cui ha passato anche solo una sera.

Ecco, ogni volta che io faccio il compleanno, mi fermo a ripensare al mio mondo. Guardo qualche vecchia foto e ritorno a quel preciso momento (come fosse un flashback cinematografico). Guardo così attentamente quelle foto e mi accorgo degli sconosciuti che, per caso, sono finiti sullo sfondo. E , proprio lì, c’è un’altra vita… un altro mondo.

Chissà in quante foto io sono finita per sbaglio. Il mio mondo che si incontra con un altro mondo. Altre centinaia di persone festeggiano l’anniversario del proprio mondo oggi e chissà cosa stanno pensando o facendo in questo momento.

Io sono contenta. Ho il sole che mi spacca i vetri della finestra, i Beatles in sottofondo e le mie casse nuove, belle e potenti che ho appena ricevuto. Un altro oggetto da aggiungere al mio mondo.

La mia torta di compleanno era fatta di panna, pan di stelle (quelle scadenti) e nutella (quella vera, autentica e buona). Le mie coinquiline non facevano altro che allontanarmi dagli ingredienti che io stavo velocemente ingurgitando. E’ stato un momento dolce e divertente. Ridevo, perché io adoro il mio compleanno. Si, oggi è un giorno sacro per me. Tutte queste foto e tutte queste “cose”, mi ricorderanno di questa giornata. E’ un modo per aiutare la mia memoria. Bisognerebbe festeggiare ogni giorno, perché effettivamente nessun giorno ritornerà mai. Io non avrò più un 17 febbraio 2014 e ho solo 24 ore di tempo per godermelo. Domani sarà storia e la storia è bella. Ogni giorno viviamo e creiamo dei ricordi.

Auguro a me stessa di creare più ricordi possibili, non necessariamente tutti belli, ma autentici. Vorrei che sempre ci fosse qualche aneddoto da raccontare e qualcosa per cui ridere, ridere di gusto.

Oggi è il mio compleanno, domani è il mio futuro; quello in cui creerò altri ricordi e scriverò altre pagine. Vi lascio con questa, da ascoltare. E questa foto, da guardare.Immagine

Mi sono soffermata a parlare con questo senegalese (nato a Parigi) che vive in Italia. Mi ha pure rubato la birra. Però io sono così, mi piace scoprire altri mondi e condividere le cose.


I croupier non toccano niente, ma sfiorano tutto.

Entro in un casinò. La prima stanza, ambiente raffinato, l’anticamera del bordello. Odore di chiuso e di costruito, troppo costruito. Mi registrano, carta d’identità e primo piano del mio viso, a tradimento, di quelli che devi venire per forza male, per forza con il faccione.

Entriamo.

Cambiamo i nostri soldi in piccoli e colorati gettoni di plastica.

Mi giro intorno, non faccio altro che osservare e stare muta. Attorno a me il caos. Chiacchiere, chiacchiere, voci in lontananza, confuse. Aria di rinchiuso. Luci dappertutto. Moquette rossa e gialla. Io odio la moquette, mi sa di sporco e di caldo, troppo caldo. Porte di vetro e colonne sparse per la sala. Un’enorme sala quadrata, perfettamente quadrata. Guardo il soffitto e vedo un gigantesco specchio che riflette le immagini ribaltate della sala, di tutto quello che si sta svolgendo.

Non parlo, mi limito a guardare, cercando di dare un’aria sicura. Vorrei sembrasse che quella sia un’aria familiare a me, ma non lo è. Mi giro e sono circondata da persone, tantissime persone. Vecchi, grandi, giovani. Gente di mezz’età, gente ricca, gente povera che non riesce a sbarcare il lunario, gente anziana che gioca la pensione, gente sola, gente piena di amici, coppie, sposini, gente piena di vita e gente completamente morta.

Decido di entrare nella sala fumatori e rullarmi una sigaretta.

Entro guardandomi intorno. Luci lampeggianti, accese. Suoni assordanti e discordanti. Suoni di monetine e gettoni, suoni di jingle fastidiosi.

Mi perdo a fissare le persone sedute di fronte questi luminosissimi schermi. Grafica che lascia a desiderare, figure che scorrono veloci e…. il movimento di un dito. Il movimento nervoso di un dito che, freneticamente, preme ripetute volte su quel pulsante quadrato. Schermate impazzite che girano raffigurando frutta, numeri, soldi.

750 partite già giocate

Questa scritta salta al mio occhio. Guardo il ragazzo seduto, con la sua sigaretta in bocca e la  faccia fissa di fronte a lui. Non si accorge che lo sto osservando, che lo sto fissando quasi sconvolta, come se non lo comprendessi affatto. Provo a leggere la sua espressione, ma è impassibile. Non si sente neanche osservato da me. Non sente il peso dei miei occhi puntati su di lui. Ha la faccia stanca e il viso visibilmente segnato dalla stanchezza. Sicuramente dimostra più degli anni che possiede.

Una signora mi chiede di lasciarle il posto per poter giocare. Eccola. Con la sua mazzetta di gettoni e le sue sigarette già pronte. Si siede decisa e non si cura di essere guardata, giudicata da me.

Perché?

Decido di allontanarmi da quella sala, così soffocante, così spaventosamente confusionaria. Non riesco a respirare bene.

Osservo la roulette. Studio il gioco e, tra le spiegazioni del mio ragazzo e di una signora napoletana, riesco a capire. La puntata minima è 1 euro, la massima 50 euro.

Ho 10 gettoni. 10 gettoni colorati di un rosa acceso.

Le mani si accalcano sul tavolo verde, posizionando gettoni colorati su numeri e righe. Gesti apparentemente istintivi ma incredibilmente studiati e ponderati. Gente che si affatica a scommettere tutto quello che ha.  Persone con in mano mazzette piene di pezzi da 50.

E’ il luogo del lusso o della perdizione? Della disperazione e della povertà?

Uomini riuniti che scommettono soldi finti su un numero.

Le mani della croupier. La donna che mischia i gettoni e li distribuisce. Movimenti morbidissimi, come se stesse accarezzando un gattino. Attorno a lei il caos eppure non si scompone, non una parola, non un sorriso. Il suo campo visivo è ristretto al grande tavolo verde di fronte a lei. Mani che le passano e spassano davanti, gettoni tra le mani e numeri… un’infinità di numeri nella sua mente si stanno accalcando. Finito il giro raccoglie tutti i gettoni perdenti e li spinge dentro un buco. Tira la pallina (io neanche la vedo) e guarda lo schermo. Raccoglie le mani allo stomaco e le sfiora tra di loro. Le mani si sfiorano, non si toccano mai. Non tocca mai niente effettivamente… è così veloce e leggera che sembra non toccare niente. Un altro croupier viene a darle il cambio, il suo momento di manualità è finito. La sua calma è spiazzante.

Non oserei immaginarla al di fuori del suo ruolo. Non la immagino parlare con qualcuno o toccare qualcosa. Non la immagino fuori a fumarsi una sigaretta… no. Lei è la ragazza vestita di nero che conta i numeri e non tocca le cose. E’ affascinante tutto ciò e spaventoso allo stesso tempo.

Spaventosa creazione dell’uomo. Macchina per far soldi, tanti soldi.

Cosa spinge le persone a giocare contro la fortuna?

Non vi è adrenalina, no, perché tutto si esaurisce in un istante. Neanche te ne accorgi e hai perso troppi soldi. Troppi e non dipende neanche da te. Parliamoci chiaro, sono scherzi del destino. Dove cadrà la pallina adesso?

Perdo 10 euro senza godermeli, senza parlare e ridere con i miei amici. Nulla. Perdo 10 euro solo ed esclusivamente per “provare” una nuova esperienza. Orribile e apatica, non mi ha dato assolutamente nulla.

Un luogo che racchiude i peggiori vizi, tutti insieme. Un luogo in cui vieni accolto con gentilezza e vieni catapultato nel paese dei balocchi.

Non hai neanche bisogno di uscire per fumare, no, puoi comodamente impuzzare una stanza e stare seduto a premere quel pulsante. IL pulsante.

Sei a un passo dalla vittoria, ma allo stesso tempo incredibilmente lontano. Sei schiavo delle macchine. Ecco, resti schiavo delle macchine circondato dall’illusione di aver passato una serata diversa, invece hai solo buttato i tuoi soldi nel cesso del lusso.

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A parte la perdizione, il giro di soldi e il turismo del sesso… Ho trovato almeno UNA cosa bellissima da fare a Malta: le passeggiate sul lungomare da Paceville a Sliema.

(Ma questo è un altro capitolo)

Una vita in PUNTA di piedi.

E’ come se stessi sempre a rincorrere un treno che non ferma mai in nessuna stazione.

Le prove sono andate male. Io non ci sono per niente e, probabilmente, mi butteranno fuori alla prima cernita. Io ce la metto tutta, provo in tutti i modi di fare quel pezzo, il mio assolo, come “cristocomanda”… ma non ci riesco, non è mai abbastanza. Penso ai miei orribili piedi e dimentico di tenere il controllo delle scapole. Scandisco l’ossigenazione e le mie gambe cedono senza che io me ne accorga. E’ tutto un disastro.

Non è vero ciò che dice la gente, né tanto meno quello che vediamo nei film: per ballare non basta il cuore, non basta indossare la propria anima e andare in scena. No. Io danzo con tutta me stessa, butto sangue per ballare, ma non è mai abbastanza. E il punto sta proprio in questo, non puoi danzare di getto e improvvisare delle emozioni. Deve essere tutto premeditato, tutto già composto. Devi seguire la musica, ma non esserne schiavo.

La danza è la ricerca della perfezione…… la ricerca ossessiva della perfezione.

Eppure mi ero illusa di pensare alla danza come un posto astratto in cui rifugiarmi. Un’isola di pace lontana da ricercare a tutti i costi. Voglio solo emozionare la gente, voglio smuovere dentro di loro qualcosa, qualsiasi cosa. Voglio impressionare le persone sedute su quella poltrona. Voglio far vivere un momento, un attimo soltanto di una qualsiasi sensazione. Voglio trasmettere, trasmettere tutto il caos che ho dentro. Tutto quello che tengo nascosto e che freme dal desiderio di uscire. Voglio esplodere di sentimento e adrenalina su quel palco. Desidero soltanto sconvolgere per due istanti la mente del mio pubblico. Catturare la gente attraverso la mia danza.

A qualcuno piaceva chiamarmi “animale da palcoscenico“. Come se fossi nata per questo. Ma io non chiedo molto, solo un piccolo spazio, una piccola riconoscenza dopo tutto il lavoro. Lo devo, alla mia vita. Alla mia vita fatta di sacrifici.

Ma, se il lavoro fatto non fosse abbastanza? Se non avessi fatto davvero il mio dovere? Con quale diritto chiederei tutto questo? Spero di averlo meritato, spero di meritarlo.

Soffro, soffro quando la danza mi fa soffrire. Si dice che non puoi amare una rosa e non volere le sue spine. E’ vero. Amo tutto della danza. I vestiti, la musica, i passi, l’emozione, gli specchi, l’odore di raso, il parquet. Tutto. Amo anche il sudore, il dolore, le delusioni, gli stiramenti, gli strappi, i rischi. La ammiro in ogni suo dettaglio. Bramo la sua leggerezza e il suo essere così versatile ed incostante. Meraviglioso linguaggio universale di parole silenziose e corpi aggrovigliati a ritmo di musica. Sentimenti contrastanti. Puoi gioire e distruggerti, puoi essere ed apparire. Innamorarti. Innamorarti di questa splendida arte astratta. Un’arte perfetta che non ha bisogno di essere conosciuta in tutte le sue regole per riuscire a travolgere. Guardando la danza, un animo nobile si lascia trascinare dal lento dondolare di quel vortice di passi così diversi, ma così incredibilmente compatibili.

Non importa quanto dovrò sopportare. La mia anima non smetterà mai di danzare, anche sul letto di morte, danzerò con la mente… accompagnata dagli accordi e dal tocco leggero di un pianoforte e ripenserò alla mia gioventù. Alle mie prove, alla mia aula, al mio fanatico mondo fatto di musica, raso e tulle. E’ paradossale come qualcosa che mi faccia sentire così viva, riesca ad ammazzarmi, ogni giorno.

Oggi mi sento fatta di ceramica, tipo un vaso che ti cade e si rompe in mille pezzi. Poi, vai a metterlo insieme e non trovi la continuazione nelle linee del disegno.

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Io sono una persona che “evidenzia”.

Ma che fai? Sporchi il libro con l’evidenziatore?
Lì per lì, non seppi rispondere. È una cosa che ho sempre fatto. Un vizio che ho dai tempi della scuola.
Poi, ho riflettuto. Ho provato a capire cosa provo quando segno tutti i libri che mi capitano sotto mano.
Segno. Imprimo una parte di me su quei fogli anonimi. Segno. Le parole che mi devastano il cervello e mi mandano in tilt. Segno. I capitoli che mi riprometto di rileggere. Segno. La data e il luogo in cui mi trovo, quando inizio e finisco la lettura.
Le “cose” servono agli uomini per lasciare un loro segno nell’umanità. Nulla di ciò che esiste ci apparterrà per sempre, nulla di ciò che tocchiamo. Vivere un libro è lasciargli qualcosa di te, plasmarlo a tua immagine e somiglianza.. Seguendo i tuoi gusti. Appuntando i pensieri che ti sovvengono leggendolo in quel momento. Sottolineare non è sporcare, è dare una seconda vita a qualcosa che una vita non ce l’ha. Io vivo i miei libri, li risucchio, li scarabocchio. Cade una goccia di caffè e io sono felicissima, perché quell’attimo è appena diventato indelebile… Puf… Indelebile. Dal nulla. Pagine e pagine di inchiostro che prendono vita nel ricordo di noi.
Per esempio, adoro prendere i libri in biblioteca. Quelli sono pieni di storia. Trovi foglietti, pagine piegate, date appuntate in post-it ingialliti. Chissà quante case hanno abitato. Chissà quanti scaffali hanno riempito. Chissà quanti occhi hanno guardato e quanti cuori hanno fatto tremare.
Il valore del libro che possiedo, non è il suo prezzo di mercato, ma l’essenza che riesco a catturare. Segnando, un libro… Diventa il MIO libro.

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Verso la fine della guerra fredda (e pure calda) tra i sessi

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