Una vita in PUNTA di piedi.

E’ come se stessi sempre a rincorrere un treno che non ferma mai in nessuna stazione.

Le prove sono andate male. Io non ci sono per niente e, probabilmente, mi butteranno fuori alla prima cernita. Io ce la metto tutta, provo in tutti i modi di fare quel pezzo, il mio assolo, come “cristocomanda”… ma non ci riesco, non è mai abbastanza. Penso ai miei orribili piedi e dimentico di tenere il controllo delle scapole. Scandisco l’ossigenazione e le mie gambe cedono senza che io me ne accorga. E’ tutto un disastro.

Non è vero ciò che dice la gente, né tanto meno quello che vediamo nei film: per ballare non basta il cuore, non basta indossare la propria anima e andare in scena. No. Io danzo con tutta me stessa, butto sangue per ballare, ma non è mai abbastanza. E il punto sta proprio in questo, non puoi danzare di getto e improvvisare delle emozioni. Deve essere tutto premeditato, tutto già composto. Devi seguire la musica, ma non esserne schiavo.

La danza è la ricerca della perfezione…… la ricerca ossessiva della perfezione.

Eppure mi ero illusa di pensare alla danza come un posto astratto in cui rifugiarmi. Un’isola di pace lontana da ricercare a tutti i costi. Voglio solo emozionare la gente, voglio smuovere dentro di loro qualcosa, qualsiasi cosa. Voglio impressionare le persone sedute su quella poltrona. Voglio far vivere un momento, un attimo soltanto di una qualsiasi sensazione. Voglio trasmettere, trasmettere tutto il caos che ho dentro. Tutto quello che tengo nascosto e che freme dal desiderio di uscire. Voglio esplodere di sentimento e adrenalina su quel palco. Desidero soltanto sconvolgere per due istanti la mente del mio pubblico. Catturare la gente attraverso la mia danza.

A qualcuno piaceva chiamarmi “animale da palcoscenico“. Come se fossi nata per questo. Ma io non chiedo molto, solo un piccolo spazio, una piccola riconoscenza dopo tutto il lavoro. Lo devo, alla mia vita. Alla mia vita fatta di sacrifici.

Ma, se il lavoro fatto non fosse abbastanza? Se non avessi fatto davvero il mio dovere? Con quale diritto chiederei tutto questo? Spero di averlo meritato, spero di meritarlo.

Soffro, soffro quando la danza mi fa soffrire. Si dice che non puoi amare una rosa e non volere le sue spine. E’ vero. Amo tutto della danza. I vestiti, la musica, i passi, l’emozione, gli specchi, l’odore di raso, il parquet. Tutto. Amo anche il sudore, il dolore, le delusioni, gli stiramenti, gli strappi, i rischi. La ammiro in ogni suo dettaglio. Bramo la sua leggerezza e il suo essere così versatile ed incostante. Meraviglioso linguaggio universale di parole silenziose e corpi aggrovigliati a ritmo di musica. Sentimenti contrastanti. Puoi gioire e distruggerti, puoi essere ed apparire. Innamorarti. Innamorarti di questa splendida arte astratta. Un’arte perfetta che non ha bisogno di essere conosciuta in tutte le sue regole per riuscire a travolgere. Guardando la danza, un animo nobile si lascia trascinare dal lento dondolare di quel vortice di passi così diversi, ma così incredibilmente compatibili.

Non importa quanto dovrò sopportare. La mia anima non smetterà mai di danzare, anche sul letto di morte, danzerò con la mente… accompagnata dagli accordi e dal tocco leggero di un pianoforte e ripenserò alla mia gioventù. Alle mie prove, alla mia aula, al mio fanatico mondo fatto di musica, raso e tulle. E’ paradossale come qualcosa che mi faccia sentire così viva, riesca ad ammazzarmi, ogni giorno.

Oggi mi sento fatta di ceramica, tipo un vaso che ti cade e si rompe in mille pezzi. Poi, vai a metterlo insieme e non trovi la continuazione nelle linee del disegno.

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Scrivo come posso, quando posso, dove posso. Scrivo in fretta e furia, come ho sempre vissuto. [Céline] Vedi tutti gli articoli di Entalpia

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