La Patria della vergogna.

Mi sveglio di soprassalto, la mia coinquilina apre la porta e mi urla
Oi, vuoi venire a vedere Napolitano in Piazza Duomo?
Io, ancora troppo presa dai miei sogni, le rispondo con un “Si” un po’ confuso. Un attimo dopo sto correndo tra il bagno e la mia stanza, saltellando per infilare il primo paio di jeans che mi è saltato all’occhio. Non ho il tempo di farmi il caffè. Il telefono continua a squillare, i nostri vicini da sotto il palazzo si lamentano “Sbrigatevi, sbrigatevi”.
Mi sciolgo le trecce, agito la testa per cercare di dare un senso a quei miei capelli. Prendo la borsa, la macchina fotografica, il cellulare, le chiavi e una sigaretta già rullata.
Mi precipito sotto, ci dirigiamo verso piazza Duomo, passo veloce.. velocissimo. Ci troviamo ad un incrocio di via Vittorio Emanuele II. I vigili stanno dirigendo il traffico. Scorgiamo in fondo delle transenne messe male in mezzo la strada e una folla. Piano piano che ci avviciniamo la folla si fa immensamente più piccola.
Una classe di bambini della scuola elementare, tutti vestiti bene, camicia e cravattino. Un’anziana che tiene un ragazzo sulla sedia a rotelle, malato. Lei si sporge, si mette al limite del marciapiede dicendo al poliziotto “Il Presidente lo deve vedere”. Il poliziotto annuisce, freddamente.
La voce dell’anziana è piena di speranza, come se stesse passando il Papa a lanciarle la benedizione.
C’è una signora che si lamenta per il fumo della sigaretta, quindi ci spostiamo un po’.
Ci sono i giornalisti e le telecamere. Ci sono delle transenne e dietro alcune persone, gente comune. Qualcuno affacciato al balcone butta un occhio disinteressato. Poca gente ad attendere il Presidente. Il Presidente di questa Repubblica ormai crollante.
Ecco, la gente gira la testa. Sta uscendo.
Viene scortato da un uomo che lo fa sistemare sul sedile posteriore destro dell’auto blu di turno. Accelera e cammina. Il finestrino abbassato quanto basta per far vedere le dita della mano vecchia, che agita per salutare la folla. (Folla, si fa per dire).
Silenzio. Il silenzio. Nessun applauso. Nessuno sventolare di bandiere. Mentre quell’auto fa quei pochi metri.
Il silenzio. Come se tutti stessimo fermi a guardare il volto che sta mangiando la nostra dignità. Tutti fermi a guardare quell’ex comunista che si riempie del suo titolo e ne abusa, stuprando la Costituzione e gli italiani. Eravamo tutti zitti a guardare l’auto che andava via, scortata da altre 10 auto blu, tutte vuote. Come se la consapevolezza di non valere un cazzo in questo Paese ci avesse appiattito le teste.
Una ragazza urla “PENSA AI GIOVANI” e ancora “PENSA AI GIOVANI
E poi va via, arrabbiata. Non si gira, niente. Ha urlato con la voce soffocata, piena di rabbia, rabbia da non poter neanche scandire le parole.
Io ho sentito una scarica di adrenalina, mentre quella ragazza urlava. Lei stava urlando con la voce di tutti noi muti a guardare quello spettacolo.
Lo spreco dei nostri soldi.
Il Presidente va via, seduto sopra i suoi sedili in pelle. Comodi.
Il tutto è stato si e no un quarto d’ora. Io ci sono stata dentro, quel quarto d’ora. Ho sentito la pesantezza del mio essere italiana. Ho sentito il patriottismo e poi la vergogna. Ho sentito il conservatorismo di questa Italia, il tradizionalismo; ho sentito tutte le barriere innalzate per mantenere lo status quo. Ho sentito la rassegnazione. La pelle d’oca che mi invade quando ascolto la canzone “Io non mi sento italiano” di Giorgio Gaber. Tutto lì. Ero sul punto di partire al centro della strada, ma non l’ho fatto.

Comunque il Presidente è passato, non ha fatto caso al ragazzo sulla sedia a rotelle, non ha sentito l’urlo soffocato dalla rabbia di una giovane, non ha visto la signora che si lamentava del fumo della sigaretta, non ha captato la brutta aria che tirava, non ha fatto caso al non-applauso. No. Lui è sulla sua auto blu.

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Scrivo come posso, quando posso, dove posso. Scrivo in fretta e furia, come ho sempre vissuto. [Céline] Vedi tutti gli articoli di Entalpia

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