I nostri limiti e un motto cinese.

Lei.

Passi veloci, quasi isterici. Si guarda intorno, agitata, con la coda dell’occhio. Scorge qualche parcheggiatore nel buio, dietro le macchine. Cerca di dare un’impressione sicura, spavalda. Intanto i suoi pensieri navigano nell’impossibile. Prende le chiavi di casa, le prepara per poter aprire subito il portone ed entrare. L’asfalto è bagnato, le luci illuminano la città silenziosa dopo gli effetti alcolici di un venerdì sera. Il parcheggio è semi vuoto. Il lampione sembra soffrire di una solitudine improvvisa, sembra aspettare il momento in cui la sua luce morirà. Sono le quattro del mattino, lei è sola. Come sempre, rientra in solitudine. Potrebbe essere circondata da migliaia di persone e sentirsi sempre estremamente sola, abbandonata. Dalla bocca aperta esce il vapore acqueo, segno di un freddo pungente. Tiene la sciarpa stretta a se e stringe la borsa, con le chiavi in mano.

L’ascensore non è mai libero o al piano terra. Mai, quando lei vuole prenderlo. Lei soffre di claustrofobia, ha paura di prenderlo, specialmente da sola. Ma quelle poche volte che vorrebbe prenderlo, non c’è mai. Si appresta a salire le scale sbuffando e tenendo la bocca aperta per la fatica. Apre silenziosamente la porta e respira pesantemente. Accende la luce, entra in camera e guarda la sua immagine allo specchio. Gli occhi gonfi, rossi, pieni di sonno. Pieni di lacrime che ancora non riescono ad uscire e ad avere un loro peso. Una treccia le avvolge i capelli, scombinatissimi. Lei ama le trecce, quelle lavorate che partono dall’alto del capo e terminano sotto le spalle. Ama i suoi capelli lunghi.

Fissa la sua immagine allo specchio ed è consapevole di essere poco attraente. I suoi vecchi jeans, gli scarponi e quei maglioni così grandi per il suo corpo gracile. Si guarda intorno, vede le sue vecchie foto appese al muro e si accorge di avere il viso estremamente più magro. Le guance ora sono scavate, come se le avessero succhiato via qualcosa da dentro. La vitalità. L’ottimismo. Quella voglia di sorridere e sdrammatizzare.

Ora lei sente il peso della sua cultura. Sente il peso del suo non essere più superficiale, come un tempo. Come quando aveva le guance piene di vita e di rossore. Come quando portava i tacchi e metteva quei guanti strambi che si abbinavano alle decolleté. Aveva i capelli piastrati, il rossetto rosso e i vestiti curati. Adesso si guarda allo specchio, è un attimo, ma in realtà nella sua testa sta fissando quell’immagine eternamente, come una foto. Si chiede il perché del suo carattere insopportabile, della sua fragilità emotiva, della sua vita sempre nemica. 

Sposta il mucchio di vestiti dall’altra parte del letto, li lascia in disordine, in questo momento ha solo voglia di sdraiarsi e chiudere la sua brutta faccia tra i cuscini. Ha voglia di annegare nelle sue lacrime e di imbrattare le lenzuola di mascara, mentre una canzone gli suona in testa. Vorrebbe vivere un sonno senza sogni, vorrebbe cancellare delle immagini dalla sua testa. Lei si sdraia di lato, abbracciando il cuscino. Pensa a quello che aveva letto durante la mattina, un motto cinese che recitava così:

Ognuno di noi va a dormire ogni notte con una tigre accanto. Non puoi sapere se questa al suo risveglio vorrà leccarti o sbranarti.”

Nessuno può evitare il giudice più spietato e la compagnia più pericolosa: noi stessi. Ogni volta che ci apprestiamo al sonno arriviamo in tribunale, con i nostri limiti. Con loro abbiamo il nostro rapporto più conflittuale. Non ha il tempo di spegnere la lucetta che si addormenta, senza accorgersene. Cullata da brutti pensieri e dalla consapevolezza angosciante di non poter tornare indietro, neanche per un giorno. 

Panta rei.

Immagine

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