Archivi del mese: maggio 2014

Anche lo scotch ha un punto d’inizio.

28 settembre 2011.

La domanda di D. mi risuona ancora in testa: “Tu cosa ne pensi, di tutto questo?

Me lo chiede in un modo un po’ impacciato e timoroso. Me lo chiede come lo chiederebbe una persona che sa esattamente che sta mettendo il coltello nella piaga, il dito nel culo, o qualsiasi altra cosa fastidiosa possa esistere al mondo. 

Bene, io penso soltanto che maledico il giorno in cui l’ho conosciuto. Io penso che vorrei esportarmi il cuore e il cervello per poterlo dimenticare e rimuovere ogni ricordo. Io penso che sto tremando dal nervoso e ho una fitta al petto. Io penso che se lo rivedo con lei al suo fianco, dopo tutto quello che è successo, potrei morirne. Io penso di aver sbagliato fin dal principio e che non è mai stato come si è fatto conoscere da me. Io, di tutto questo, non so a chi credere e non so a chi parlare. Io penso di avere voglia di piangere, piangere e… urlare. Sto provando un dolore straziante. Io penso che ho paura… paura di scoprire che ama realmente lei, paura di capire che sarò sempre al secondo posto, paura di rendermi conto che è stato tutto un castello di sabbia, una montagna di bugie. Io ho paura di amare di nuovo, ho paura di non essere amata abbastanza e, soprattutto, ho paura di rimanere sola. Vorrei strappare tutti i fogli in cui ho trascritto le mie emozioni, in cui ho raccontato attimi di felicità con lui. Voglio annullarmi e smettere di tremare. Questo scrivere da suicida mi sta stancando, ma è l’unica cosa che mi aiuta a scaricare la collera.

E la cosa peggiore è che non trovo un appiglio a cui aggrapparmi, un’ancora di salvezza che possa salvarmi da me stessa. Mi sento come quando non trovi il punto d’inizio dello scotch adesivo, sai che c’è, è lì… E tu continui a raschiare le tue unghia su quella superficie identica a se stessa…. Ma non lo trovi, il punto d’inizio, perché lo scotch ti inganna. Lo scotch è cattivo. Io ho bisogno del punto d’inizio dello scotch per attaccarmi al muro, uscire da me stessa e guardarmi da fuori. Riscoprirmi.

Ma come tutte le cose di cui hai bisogno, non arrivano mai quando servono. Mai. E ti ritrovi a oscillare tra i tuoi pensieri rotti e le tue scelte sbagliate. Inciampando, sempre, fino a farti sanguinare le mani. Perché è questo che vogliamo noi masochisti, no?Immagine

 

Rileggersi dopo tanto tempo è qualcosa che mi spaventa sempre e poi mi stupisce.

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La strada, le paure e la luna dalla mia finestra.

Io ho una quotidianità e delle certe paure quotidiane. Loro sono una certezza, le mie paure, mi accompagnano ogni giorno. Alla fine la quotidianità è passeggera, le paure no.

Per esempio, in questo momento la mia quotidianità è alzarmi più o meno tardi, studiare, mangiare di fretta, andare a lezione di danza, primo piano sopra la Rinascente. La mia quotidianità è uscire da lezione e chiamare la mia amica per prendere un caffè fuori, arrivare a casa e sperare che la doccia sia libera, levarmi la stanchezza di dosso e mettermi a studiare su quella cazzo di sedia. Cenare, prendere una birretta in piazza Teatro e poi… tornare a casa, si spera presto, ma poi il “presto” solitamente è la mattina seguente… (presto, comunque!)

Insomma, se ho bisogno di cambiare la lampadina della mia stanza, basta attraversare la strada e andare a chiamare i miei vicini. I miei amici, diciamo, perché sono “amici” in questo momento. Programmo gli esami universitari e non vedo l’ora di laurearmi, mi prendo di panico e penso che, in realtà, vorrei restare all’Università per sempre. Si, perché dopo chi cazzo sei? Torni al tuo paesello e fai il disoccupato mantenuto dai tuoi, a casa, aspettando cosa?

Poi io adesso una quotidianità non la voglio più. Sono tornata qui e sono diventata pazza. Ho ripulito la mia stanza da cima a fondo e ho cambiato tutta la disposizione dei mobili, tutta. Ho finalmente messo il letto matrimoniale sotto la finestra, si! Cazzo! Volevo farlo da tanto, ma ogni volta c’era sempre qualcuno pronto a dissuadermi. Ho staccato una trentina di foto dall’armadio e dalla libreria, non ce la facevo più… la mia stanza sembrava il mio profilo Facebook (una cosa davvero triste, lo so).

Quindi ho deciso di comprare una candela profumata, appendere la mia collezione di fondobicchieri da birra, buttare quel tappeto rosa di Hello Kitty (che dio solo sa dove, quando e soprattutto perché l’avevo comprato!). Adesso la mia stanza mi piace, finalmente.

I miei amici mi hanno detto di avermi trovata diversa, ma io forse possedevo un’insoddisfazione cronica che voleva venire fuori da tempo e che, prepotentemente, cercavo di nascondere.

Effettivamente questa settimana ho ricevuto delle belle email, insieme alla solita lista infinita di spam, che recitavano così: “Con la presente la ringraziamo per la candidatura ma purtroppo non è richiesta la sua presenza per questo lavoro. Distinti saluti.

Il paradosso è che non me ne fregava assolutamente nulla. Mi ha non poco stupito la mia reazione calma e pacata che in un altro momento avrebbe prodotto uno dei miei isterismi. Invece no, stavolta no. Anzi, ci ridevo sopra!

Ecco, un pomeriggio dei tanti, mentre stavo allegramente imbrattando il divano di puzza di fumo con le mie coinquiline, mi arriva una chiamata e dell’altro lato qualcuno mi dice di sedermi. Lo faccio.

 

Un quarto d’ora dopo… non ricordo nulla. Ero sdraiata sul letto con il cuore a tremila e la testa piena di risate, le mie risate che rimbombavano dentro. Punto.

A breve la mia quotidianità cambierà e io, non ci avevo mai pensato (cazzo!) Non ci avevo mai pensato. Adesso le mie paure si trasferiranno con me in un altro appartamento, in un’altra città, magari chiameranno anche qualche altro amico (loro, le mie paure bastarde!).

 

Ansia mi ha già fatto visita l’altra notte, carino da parte sua.

Intanto spalanco la finestra e mi sdraio sul letto, di sera si vede la luna. Questa sera la vedo particolarmente vicina. Immagine

 

Si, alla fine la quotidianità  forse cambia quando tu manifesti veramente di volere questo cambiamento. Quando cominci a dissociarti dalle cose che ti circondano oppure quando cerchi inesorabilmente di starci bene, dentro quelle cose che ti circondano. E’ un attimo e…. vedi la luna più vicina e più bella che mai.

Questa canzone me l’ha dedicata una mia amica tempo fa, adesso la sto ascoltando e penso che forse non l’ho mai meritata prima d’ora.

 

 


Il Karma non esiste e gli arabi hanno degli uccelli pericolosi.

Simona beveva. Simona rideva. Simona sbagliava a pronunciare le parole in inglese e sognava di fare l’hostess di volo. Simona credeva che tutta la vita finisse dentro quella borsa firmata, dentro quei tacchi alti e quelle giacche pelose che io odiavo.
Simona indossava ogni giorno un paio di orecchini diverso dal giorno precedente, incorniciava il suo viso con enormi e penzolanti pezzi di bigiotteria.
Simona si truccava pure per andare al mare, non l’ho mai vista senza trucco, mai. Lei non ha mai il mascara sbavato, neanche quando piange d’amore sotto l’effetto dell’alcool. No. Lei è goffa quando beve, parla con tutti dei suoi problemi e poi scoppia in lacrime e risate… Insieme. Ma mantiene il suo viso impeccabile… Lei ride e piange, si butta a terra e vomita.

Simona si faceva comandare dal suo ragazzo, trascurava gli amici e si doveva accontentare di parlare di matrimonio e centrini con delle ragazze che, a soli vent’anni, non trovavano argomento migliore.
La sua stabilità mentale è stata stravolta durante un volo di 7 ore per gli Emirati Arabi. Quel corridoio stretto era il palcoscenico delle passeggiate di Alah. Alto, biondo, muscoloso e con il sorriso da cartone animato.
Lui, passando, le lascia un foglietto con su scritto un numero di telefono e le due paroline “call me“.
Lei ride e si imbarazza a causa del suo scarso inglese, vorrebbe parlargli ma riesce solo a dire “thank you” (come fanno i siciliani, con l’accento un po’ mafioso, scandendo le parole.. ThankYou).

La permanenza negli Emirati è piena di gioia e scoperta. Spettacoli, colori, vita. Taxi a poco prezzo, donne pudiche, locali spinti, caldo da morire e aria condizionata sempre sparata al massimo. Aria condizionata per vivere meglio. A Dubai hanno tutte le cose più grandi del mondo: il grattacielo, il centro commerciale, tutto esageratamente più grande. Fontane pazzesche, strutture e impalcature a perdita d’occhio. Poi hanno il deserto e le spiagge artificiali che sembrano isole di paradiso.

Difficile immaginarsi un Dio dopo aver visto tutte le opere dell’uomo così ben riuscite, così imponenti e maestose. Però loro ci credono, in Dio, ci credono veramente. Ci credono a tal punto da coprirsi dalla testa ai piedi per andare a fare la spesa sotto casa.

Simona si scambia messaggi con il suo stuart, facendosi aiutare da google traslate che spesso risulta così inutile quanto indispensabile. Decidono di vedersi la penultima sera prima di ripartire e io, io ero con loro.

Alah si fa trovare sotto l’hotel dove alloggiavamo (è assurdo quanto sia alto questo ragazzo). Parliamo un po’ e facciamo il giro dell’hotel per andare a prendere una coca in una pizzeria pseudo italiana. Io, effettivamente, non converso… io faccio da traduttore. Simona ride e mi dice di chiedergli qualcosa, io parlo con lui e lui mi risponde. Io traduco ulteriormente, con non poche difficoltà, e Simona ride perché mi dice le sue più sincere impressioni mentre lui è accanto a noi. Quando hanno sciolto anche l’ultimo cubetto di ghiaccio io salgo in camera, ad aspettare impaziente il ritorno della mia amica. Alle domande degli altri dico che è tornata in camera a dormire già da un pezzo e, per fortuna, sono un’ottima mentitrice.

Passa un mese da quella sera, Simona decide che è il momento di rivederlo. Non riesce più a sopportare il ricordo, vuole crearne altri. Prenota un volo diretto per Milano, resterà lì soltanto una notte. Lui arriva da una qualche parte del mondo e fa scalo per poi ripartire verso un’altra parte del mondo, chissà dove…

Si incontrano all’aeroporto, lei è imbarazzata e si lascia guidare da lui. Alloggiano in un hotel a pochi passi dal Duomo, l’uomo alla reception dice qualcosa tipo “Ah, sei tu quella di cui mi ha parlato”.

Alah la porta a cena fuori, vanno in un ristorante, comunicano a gesti… guardandosi negli occhi e toccandosi le mani. Comunicano utilizzando il loro corpo, come se non esistesse nessuna barriera linguistica.

Simona viveva un sogno, era la protagonista di un film d’amore hollywoodiano. Simona ha fatto, per la prima volta in vita sua, qualcosa che fosse fuori dai suoi schemi. Un giorno venne sfiorata da quest’idea e il giorno dopo si ritrovò catapultata dentro la sua idea. In carne e ossa.

Fanno sesso tutta la notte. Si fermano solo per mandare giù un po’ d’acqua e poi ripartono, assetati di voglie orgasmiche. Due sconosciuti che si conoscono a memoria e sbattono violentemente i loro corpi contro il letto.

Lenzuola bianche, odore di pulito, mobili liberi da qualsiasi oggetto, nulla. Tutto ciò che li circonda potrebbe essere appartenuto a tantissime persone senza che esse potessero lasciare una traccia evidente. Eppure loro sono lì, stanno cedendo ai loro istinti, sono due persone che hanno spogliato la loro anima e sono rimasti lì a consumare il loro più grande atto d’amore in una stanza che non si ricorderà di loro.

Il giorno dopo Alah la sveglia e, mentre fanno colazione, le dice di credere nel Kharma. “Se tu fai del bene, riceverai sempre bene. Se tu fai male, riceverai male. Io credo in questo.” Le spiega la sua spiritualità e lei lo guarda come fosse una bambina. Romantica.

 

Simo, che hai? Perché stai piangendo?

Ragazzi, non potete capire, mi fa ancora male… non riesco a camminare!

Scoppiamo tutti in una risata collettiva.

 

Simona beveva. Simona rideva. Simona è uscita una volta dagli schemi e non vi è più ritornata. Simona, da quel giorno, ha mandato a fanculo il Kharma e ha lasciato il suo ragazzo geloso. Ha tolto il trucco dalla sua faccia solo per un giorno, per vedersi dentro e provare a cancellare le colpe di cui si era macchiata.

Alah è sparito, credo si sia sposato quattro mesi dopo.

Adesso Simona studia inglese, sogna di fare la hostess e abita ancora con i suoi genitori. Non riesce a prendere in mano la sua vita, ha troppi smalti per vedere oltre il suo dito. Ogni tanto compra di nascosto il profumo maschile Porsche, lo stesso profumo che per ventiquattr’ore si è attaccato alla sua pelle.

Simona mi ha chiesto di raccontare la sua storia, mentre era ubriaca e piangeva.

Cazzo, svegliati!

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Ah, ricordo che mi parla sempre di quanto sia impossibile dimenticare il membro dell’ARABO. Noi lo chiamiamo così, anche se in realtà non era arabo.


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