Archivi categoria: Racconti impersonali.

Antibiotici. Droghe. Persone.

Amare così fortemente qualcuno e non essere compresi è una tortura.
Amare non si fa per qualche condizione o patto stipulato.
Amare si fa incondizionatamente, come l’amore dei genitori per i figli.
Ciò che può turbarmi lo fa solamente per pochi istanti… poi passa, passa tutto in confronto a un’emozione così forte.
Io devo giustificarmi sempre con me stesso per amarti così… e quando ciò accade si scatena un fuoco dentro me.
La mia anima sarà dannata sempre per questo.
Non sei l’unica a non capire.
Sei però l’unica che ho voluto così fortemente nella mia breve vita.

Tortura i pensieri come tortura le sue fragili dita. Scarnifica la pelle e porta in superficie le ferite nascoste. Le umiliazioni subite scherniscono i suoi sentimenti ormai mutati definitivamente. Jean conserva la lettera e prepara la striscia.
La sua dose quotidiana.
Ha deciso di smetterla, con le persone. Ha deciso di disintossicarsi dalle relazioni… Queste infami convenzioni sociali strettamente legate all’ordinario.
Non c’è peggior dipendenza di quella da una persona” si ripeteva la notte prima di andare a dormire… E la mattina… quando si alzava e si guardava allo specchio, incredula di essersi risvegliata anche quel giorno. Per vivere anche quest’altro fottutissimo giorno di merda.
Le persone creano dipendenza e se ne abusi rischi di perdere te stesso.
Jean non si perdeva mai, no. Lei era diversa.
Lei cercava l’adrenalina, cercava l’orgasmico accavallarsi di parole senza senso. La droga ti scuote gli istinti, come le persone. Ne vuoi di più, sempre di più.
Jean era un corpo immune all’antibiotico, alle droghe e alle persone.
L’effetto diminuiva fino a sparire e poi doveva passare ad altro.
Altre persone.
Altre droghe.
Altri antibiotici.

Jean dipendeva dalle persone, dalle sfumature delle persone, dalle vite delle persone. Tutte le vite del mondo, Jean, le conservava in una scatola. Una scatola di vecchie scarpe, nulla di pretenzioso. Le vite delle persone non sono pretenziose, non la maggior parte. Le vite delle persone sono sporche e invadenti. Piene di errori e bugie. Piene di scomodità e di realismo. Di cattiveria e di sofferenza.
Jean si svegliava e, ogni tanto, apriva la scatola per ricordarsi di altre vite. Per ricordarsi delle sue dipendenze. Accadeva quasi sempre in un giorno assolutamente inutile. Uno di quei giorni di cui poteva tranquillamente fare a meno. Insensato. Piatto.
Guardava quei ricordi con un apparente senso di soddisfazione.
Lei aveva vissuto quelle vite per poco, indirettamente, e ne era uscita vittoriosa.
Ma la vittoria era una magra consolazione alla solitudine.

La solitudine di chi non ha mai imparato ad amare.

( Foto di Stefania Cacace – Frame. )

 

Annunci

Il Karma non esiste e gli arabi hanno degli uccelli pericolosi.

Simona beveva. Simona rideva. Simona sbagliava a pronunciare le parole in inglese e sognava di fare l’hostess di volo. Simona credeva che tutta la vita finisse dentro quella borsa firmata, dentro quei tacchi alti e quelle giacche pelose che io odiavo.
Simona indossava ogni giorno un paio di orecchini diverso dal giorno precedente, incorniciava il suo viso con enormi e penzolanti pezzi di bigiotteria.
Simona si truccava pure per andare al mare, non l’ho mai vista senza trucco, mai. Lei non ha mai il mascara sbavato, neanche quando piange d’amore sotto l’effetto dell’alcool. No. Lei è goffa quando beve, parla con tutti dei suoi problemi e poi scoppia in lacrime e risate… Insieme. Ma mantiene il suo viso impeccabile… Lei ride e piange, si butta a terra e vomita.

Simona si faceva comandare dal suo ragazzo, trascurava gli amici e si doveva accontentare di parlare di matrimonio e centrini con delle ragazze che, a soli vent’anni, non trovavano argomento migliore.
La sua stabilità mentale è stata stravolta durante un volo di 7 ore per gli Emirati Arabi. Quel corridoio stretto era il palcoscenico delle passeggiate di Alah. Alto, biondo, muscoloso e con il sorriso da cartone animato.
Lui, passando, le lascia un foglietto con su scritto un numero di telefono e le due paroline “call me“.
Lei ride e si imbarazza a causa del suo scarso inglese, vorrebbe parlargli ma riesce solo a dire “thank you” (come fanno i siciliani, con l’accento un po’ mafioso, scandendo le parole.. ThankYou).

La permanenza negli Emirati è piena di gioia e scoperta. Spettacoli, colori, vita. Taxi a poco prezzo, donne pudiche, locali spinti, caldo da morire e aria condizionata sempre sparata al massimo. Aria condizionata per vivere meglio. A Dubai hanno tutte le cose più grandi del mondo: il grattacielo, il centro commerciale, tutto esageratamente più grande. Fontane pazzesche, strutture e impalcature a perdita d’occhio. Poi hanno il deserto e le spiagge artificiali che sembrano isole di paradiso.

Difficile immaginarsi un Dio dopo aver visto tutte le opere dell’uomo così ben riuscite, così imponenti e maestose. Però loro ci credono, in Dio, ci credono veramente. Ci credono a tal punto da coprirsi dalla testa ai piedi per andare a fare la spesa sotto casa.

Simona si scambia messaggi con il suo stuart, facendosi aiutare da google traslate che spesso risulta così inutile quanto indispensabile. Decidono di vedersi la penultima sera prima di ripartire e io, io ero con loro.

Alah si fa trovare sotto l’hotel dove alloggiavamo (è assurdo quanto sia alto questo ragazzo). Parliamo un po’ e facciamo il giro dell’hotel per andare a prendere una coca in una pizzeria pseudo italiana. Io, effettivamente, non converso… io faccio da traduttore. Simona ride e mi dice di chiedergli qualcosa, io parlo con lui e lui mi risponde. Io traduco ulteriormente, con non poche difficoltà, e Simona ride perché mi dice le sue più sincere impressioni mentre lui è accanto a noi. Quando hanno sciolto anche l’ultimo cubetto di ghiaccio io salgo in camera, ad aspettare impaziente il ritorno della mia amica. Alle domande degli altri dico che è tornata in camera a dormire già da un pezzo e, per fortuna, sono un’ottima mentitrice.

Passa un mese da quella sera, Simona decide che è il momento di rivederlo. Non riesce più a sopportare il ricordo, vuole crearne altri. Prenota un volo diretto per Milano, resterà lì soltanto una notte. Lui arriva da una qualche parte del mondo e fa scalo per poi ripartire verso un’altra parte del mondo, chissà dove…

Si incontrano all’aeroporto, lei è imbarazzata e si lascia guidare da lui. Alloggiano in un hotel a pochi passi dal Duomo, l’uomo alla reception dice qualcosa tipo “Ah, sei tu quella di cui mi ha parlato”.

Alah la porta a cena fuori, vanno in un ristorante, comunicano a gesti… guardandosi negli occhi e toccandosi le mani. Comunicano utilizzando il loro corpo, come se non esistesse nessuna barriera linguistica.

Simona viveva un sogno, era la protagonista di un film d’amore hollywoodiano. Simona ha fatto, per la prima volta in vita sua, qualcosa che fosse fuori dai suoi schemi. Un giorno venne sfiorata da quest’idea e il giorno dopo si ritrovò catapultata dentro la sua idea. In carne e ossa.

Fanno sesso tutta la notte. Si fermano solo per mandare giù un po’ d’acqua e poi ripartono, assetati di voglie orgasmiche. Due sconosciuti che si conoscono a memoria e sbattono violentemente i loro corpi contro il letto.

Lenzuola bianche, odore di pulito, mobili liberi da qualsiasi oggetto, nulla. Tutto ciò che li circonda potrebbe essere appartenuto a tantissime persone senza che esse potessero lasciare una traccia evidente. Eppure loro sono lì, stanno cedendo ai loro istinti, sono due persone che hanno spogliato la loro anima e sono rimasti lì a consumare il loro più grande atto d’amore in una stanza che non si ricorderà di loro.

Il giorno dopo Alah la sveglia e, mentre fanno colazione, le dice di credere nel Kharma. “Se tu fai del bene, riceverai sempre bene. Se tu fai male, riceverai male. Io credo in questo.” Le spiega la sua spiritualità e lei lo guarda come fosse una bambina. Romantica.

 

Simo, che hai? Perché stai piangendo?

Ragazzi, non potete capire, mi fa ancora male… non riesco a camminare!

Scoppiamo tutti in una risata collettiva.

 

Simona beveva. Simona rideva. Simona è uscita una volta dagli schemi e non vi è più ritornata. Simona, da quel giorno, ha mandato a fanculo il Kharma e ha lasciato il suo ragazzo geloso. Ha tolto il trucco dalla sua faccia solo per un giorno, per vedersi dentro e provare a cancellare le colpe di cui si era macchiata.

Alah è sparito, credo si sia sposato quattro mesi dopo.

Adesso Simona studia inglese, sogna di fare la hostess e abita ancora con i suoi genitori. Non riesce a prendere in mano la sua vita, ha troppi smalti per vedere oltre il suo dito. Ogni tanto compra di nascosto il profumo maschile Porsche, lo stesso profumo che per ventiquattr’ore si è attaccato alla sua pelle.

Simona mi ha chiesto di raccontare la sua storia, mentre era ubriaca e piangeva.

Cazzo, svegliati!

560419_10150749296104911_1606167412_n

Ah, ricordo che mi parla sempre di quanto sia impossibile dimenticare il membro dell’ARABO. Noi lo chiamiamo così, anche se in realtà non era arabo.


I nostri limiti e un motto cinese.

Lei.

Passi veloci, quasi isterici. Si guarda intorno, agitata, con la coda dell’occhio. Scorge qualche parcheggiatore nel buio, dietro le macchine. Cerca di dare un’impressione sicura, spavalda. Intanto i suoi pensieri navigano nell’impossibile. Prende le chiavi di casa, le prepara per poter aprire subito il portone ed entrare. L’asfalto è bagnato, le luci illuminano la città silenziosa dopo gli effetti alcolici di un venerdì sera. Il parcheggio è semi vuoto. Il lampione sembra soffrire di una solitudine improvvisa, sembra aspettare il momento in cui la sua luce morirà. Sono le quattro del mattino, lei è sola. Come sempre, rientra in solitudine. Potrebbe essere circondata da migliaia di persone e sentirsi sempre estremamente sola, abbandonata. Dalla bocca aperta esce il vapore acqueo, segno di un freddo pungente. Tiene la sciarpa stretta a se e stringe la borsa, con le chiavi in mano.

L’ascensore non è mai libero o al piano terra. Mai, quando lei vuole prenderlo. Lei soffre di claustrofobia, ha paura di prenderlo, specialmente da sola. Ma quelle poche volte che vorrebbe prenderlo, non c’è mai. Si appresta a salire le scale sbuffando e tenendo la bocca aperta per la fatica. Apre silenziosamente la porta e respira pesantemente. Accende la luce, entra in camera e guarda la sua immagine allo specchio. Gli occhi gonfi, rossi, pieni di sonno. Pieni di lacrime che ancora non riescono ad uscire e ad avere un loro peso. Una treccia le avvolge i capelli, scombinatissimi. Lei ama le trecce, quelle lavorate che partono dall’alto del capo e terminano sotto le spalle. Ama i suoi capelli lunghi.

Fissa la sua immagine allo specchio ed è consapevole di essere poco attraente. I suoi vecchi jeans, gli scarponi e quei maglioni così grandi per il suo corpo gracile. Si guarda intorno, vede le sue vecchie foto appese al muro e si accorge di avere il viso estremamente più magro. Le guance ora sono scavate, come se le avessero succhiato via qualcosa da dentro. La vitalità. L’ottimismo. Quella voglia di sorridere e sdrammatizzare.

Ora lei sente il peso della sua cultura. Sente il peso del suo non essere più superficiale, come un tempo. Come quando aveva le guance piene di vita e di rossore. Come quando portava i tacchi e metteva quei guanti strambi che si abbinavano alle decolleté. Aveva i capelli piastrati, il rossetto rosso e i vestiti curati. Adesso si guarda allo specchio, è un attimo, ma in realtà nella sua testa sta fissando quell’immagine eternamente, come una foto. Si chiede il perché del suo carattere insopportabile, della sua fragilità emotiva, della sua vita sempre nemica. 

Sposta il mucchio di vestiti dall’altra parte del letto, li lascia in disordine, in questo momento ha solo voglia di sdraiarsi e chiudere la sua brutta faccia tra i cuscini. Ha voglia di annegare nelle sue lacrime e di imbrattare le lenzuola di mascara, mentre una canzone gli suona in testa. Vorrebbe vivere un sonno senza sogni, vorrebbe cancellare delle immagini dalla sua testa. Lei si sdraia di lato, abbracciando il cuscino. Pensa a quello che aveva letto durante la mattina, un motto cinese che recitava così:

Ognuno di noi va a dormire ogni notte con una tigre accanto. Non puoi sapere se questa al suo risveglio vorrà leccarti o sbranarti.”

Nessuno può evitare il giudice più spietato e la compagnia più pericolosa: noi stessi. Ogni volta che ci apprestiamo al sonno arriviamo in tribunale, con i nostri limiti. Con loro abbiamo il nostro rapporto più conflittuale. Non ha il tempo di spegnere la lucetta che si addormenta, senza accorgersene. Cullata da brutti pensieri e dalla consapevolezza angosciante di non poter tornare indietro, neanche per un giorno. 

Panta rei.

Immagine


Al di là del Buco

Verso la fine della guerra fredda (e pure calda) tra i sessi

Un'americana a Roma

Not your average American girl in Rome.

appunti e note

blog di ed. astarte

la bloggastorie

Io metto una lente di fronte al mio cuore per farlo vedere alla gente (Aldo Palazzeschi)

scrittura da strada

Parole libere, veloci, potenti, come pugni nello stomaco

FarOVale

Hearts on Earth

Topper Harley

Uno, nessuno e ventitrè

BUTAC - Bufale un tanto al chilo

Harder. Better. Faster. Bufaler.

Selvaggia Scocciata

Mi interesso spesso e mi annoio subito.

Mangiobevoemenefrego

62kg di pasticci culinari.

i discutibili

perpetual beta

Michele (Caliban)

Perfidissimo Me

VETROCOLATO

I MIEI PENSIERI SONO DI VETRO COLATO, NON CI STANNO PIÙ CHIUSI IN UN CASSETTO

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: