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Il Karma non esiste e gli arabi hanno degli uccelli pericolosi.

Simona beveva. Simona rideva. Simona sbagliava a pronunciare le parole in inglese e sognava di fare l’hostess di volo. Simona credeva che tutta la vita finisse dentro quella borsa firmata, dentro quei tacchi alti e quelle giacche pelose che io odiavo.
Simona indossava ogni giorno un paio di orecchini diverso dal giorno precedente, incorniciava il suo viso con enormi e penzolanti pezzi di bigiotteria.
Simona si truccava pure per andare al mare, non l’ho mai vista senza trucco, mai. Lei non ha mai il mascara sbavato, neanche quando piange d’amore sotto l’effetto dell’alcool. No. Lei è goffa quando beve, parla con tutti dei suoi problemi e poi scoppia in lacrime e risate… Insieme. Ma mantiene il suo viso impeccabile… Lei ride e piange, si butta a terra e vomita.

Simona si faceva comandare dal suo ragazzo, trascurava gli amici e si doveva accontentare di parlare di matrimonio e centrini con delle ragazze che, a soli vent’anni, non trovavano argomento migliore.
La sua stabilità mentale è stata stravolta durante un volo di 7 ore per gli Emirati Arabi. Quel corridoio stretto era il palcoscenico delle passeggiate di Alah. Alto, biondo, muscoloso e con il sorriso da cartone animato.
Lui, passando, le lascia un foglietto con su scritto un numero di telefono e le due paroline “call me“.
Lei ride e si imbarazza a causa del suo scarso inglese, vorrebbe parlargli ma riesce solo a dire “thank you” (come fanno i siciliani, con l’accento un po’ mafioso, scandendo le parole.. ThankYou).

La permanenza negli Emirati è piena di gioia e scoperta. Spettacoli, colori, vita. Taxi a poco prezzo, donne pudiche, locali spinti, caldo da morire e aria condizionata sempre sparata al massimo. Aria condizionata per vivere meglio. A Dubai hanno tutte le cose più grandi del mondo: il grattacielo, il centro commerciale, tutto esageratamente più grande. Fontane pazzesche, strutture e impalcature a perdita d’occhio. Poi hanno il deserto e le spiagge artificiali che sembrano isole di paradiso.

Difficile immaginarsi un Dio dopo aver visto tutte le opere dell’uomo così ben riuscite, così imponenti e maestose. Però loro ci credono, in Dio, ci credono veramente. Ci credono a tal punto da coprirsi dalla testa ai piedi per andare a fare la spesa sotto casa.

Simona si scambia messaggi con il suo stuart, facendosi aiutare da google traslate che spesso risulta così inutile quanto indispensabile. Decidono di vedersi la penultima sera prima di ripartire e io, io ero con loro.

Alah si fa trovare sotto l’hotel dove alloggiavamo (è assurdo quanto sia alto questo ragazzo). Parliamo un po’ e facciamo il giro dell’hotel per andare a prendere una coca in una pizzeria pseudo italiana. Io, effettivamente, non converso… io faccio da traduttore. Simona ride e mi dice di chiedergli qualcosa, io parlo con lui e lui mi risponde. Io traduco ulteriormente, con non poche difficoltà, e Simona ride perché mi dice le sue più sincere impressioni mentre lui è accanto a noi. Quando hanno sciolto anche l’ultimo cubetto di ghiaccio io salgo in camera, ad aspettare impaziente il ritorno della mia amica. Alle domande degli altri dico che è tornata in camera a dormire già da un pezzo e, per fortuna, sono un’ottima mentitrice.

Passa un mese da quella sera, Simona decide che è il momento di rivederlo. Non riesce più a sopportare il ricordo, vuole crearne altri. Prenota un volo diretto per Milano, resterà lì soltanto una notte. Lui arriva da una qualche parte del mondo e fa scalo per poi ripartire verso un’altra parte del mondo, chissà dove…

Si incontrano all’aeroporto, lei è imbarazzata e si lascia guidare da lui. Alloggiano in un hotel a pochi passi dal Duomo, l’uomo alla reception dice qualcosa tipo “Ah, sei tu quella di cui mi ha parlato”.

Alah la porta a cena fuori, vanno in un ristorante, comunicano a gesti… guardandosi negli occhi e toccandosi le mani. Comunicano utilizzando il loro corpo, come se non esistesse nessuna barriera linguistica.

Simona viveva un sogno, era la protagonista di un film d’amore hollywoodiano. Simona ha fatto, per la prima volta in vita sua, qualcosa che fosse fuori dai suoi schemi. Un giorno venne sfiorata da quest’idea e il giorno dopo si ritrovò catapultata dentro la sua idea. In carne e ossa.

Fanno sesso tutta la notte. Si fermano solo per mandare giù un po’ d’acqua e poi ripartono, assetati di voglie orgasmiche. Due sconosciuti che si conoscono a memoria e sbattono violentemente i loro corpi contro il letto.

Lenzuola bianche, odore di pulito, mobili liberi da qualsiasi oggetto, nulla. Tutto ciò che li circonda potrebbe essere appartenuto a tantissime persone senza che esse potessero lasciare una traccia evidente. Eppure loro sono lì, stanno cedendo ai loro istinti, sono due persone che hanno spogliato la loro anima e sono rimasti lì a consumare il loro più grande atto d’amore in una stanza che non si ricorderà di loro.

Il giorno dopo Alah la sveglia e, mentre fanno colazione, le dice di credere nel Kharma. “Se tu fai del bene, riceverai sempre bene. Se tu fai male, riceverai male. Io credo in questo.” Le spiega la sua spiritualità e lei lo guarda come fosse una bambina. Romantica.

 

Simo, che hai? Perché stai piangendo?

Ragazzi, non potete capire, mi fa ancora male… non riesco a camminare!

Scoppiamo tutti in una risata collettiva.

 

Simona beveva. Simona rideva. Simona è uscita una volta dagli schemi e non vi è più ritornata. Simona, da quel giorno, ha mandato a fanculo il Kharma e ha lasciato il suo ragazzo geloso. Ha tolto il trucco dalla sua faccia solo per un giorno, per vedersi dentro e provare a cancellare le colpe di cui si era macchiata.

Alah è sparito, credo si sia sposato quattro mesi dopo.

Adesso Simona studia inglese, sogna di fare la hostess e abita ancora con i suoi genitori. Non riesce a prendere in mano la sua vita, ha troppi smalti per vedere oltre il suo dito. Ogni tanto compra di nascosto il profumo maschile Porsche, lo stesso profumo che per ventiquattr’ore si è attaccato alla sua pelle.

Simona mi ha chiesto di raccontare la sua storia, mentre era ubriaca e piangeva.

Cazzo, svegliati!

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Ah, ricordo che mi parla sempre di quanto sia impossibile dimenticare il membro dell’ARABO. Noi lo chiamiamo così, anche se in realtà non era arabo.


I croupier non toccano niente, ma sfiorano tutto.

Entro in un casinò. La prima stanza, ambiente raffinato, l’anticamera del bordello. Odore di chiuso e di costruito, troppo costruito. Mi registrano, carta d’identità e primo piano del mio viso, a tradimento, di quelli che devi venire per forza male, per forza con il faccione.

Entriamo.

Cambiamo i nostri soldi in piccoli e colorati gettoni di plastica.

Mi giro intorno, non faccio altro che osservare e stare muta. Attorno a me il caos. Chiacchiere, chiacchiere, voci in lontananza, confuse. Aria di rinchiuso. Luci dappertutto. Moquette rossa e gialla. Io odio la moquette, mi sa di sporco e di caldo, troppo caldo. Porte di vetro e colonne sparse per la sala. Un’enorme sala quadrata, perfettamente quadrata. Guardo il soffitto e vedo un gigantesco specchio che riflette le immagini ribaltate della sala, di tutto quello che si sta svolgendo.

Non parlo, mi limito a guardare, cercando di dare un’aria sicura. Vorrei sembrasse che quella sia un’aria familiare a me, ma non lo è. Mi giro e sono circondata da persone, tantissime persone. Vecchi, grandi, giovani. Gente di mezz’età, gente ricca, gente povera che non riesce a sbarcare il lunario, gente anziana che gioca la pensione, gente sola, gente piena di amici, coppie, sposini, gente piena di vita e gente completamente morta.

Decido di entrare nella sala fumatori e rullarmi una sigaretta.

Entro guardandomi intorno. Luci lampeggianti, accese. Suoni assordanti e discordanti. Suoni di monetine e gettoni, suoni di jingle fastidiosi.

Mi perdo a fissare le persone sedute di fronte questi luminosissimi schermi. Grafica che lascia a desiderare, figure che scorrono veloci e…. il movimento di un dito. Il movimento nervoso di un dito che, freneticamente, preme ripetute volte su quel pulsante quadrato. Schermate impazzite che girano raffigurando frutta, numeri, soldi.

750 partite già giocate

Questa scritta salta al mio occhio. Guardo il ragazzo seduto, con la sua sigaretta in bocca e la  faccia fissa di fronte a lui. Non si accorge che lo sto osservando, che lo sto fissando quasi sconvolta, come se non lo comprendessi affatto. Provo a leggere la sua espressione, ma è impassibile. Non si sente neanche osservato da me. Non sente il peso dei miei occhi puntati su di lui. Ha la faccia stanca e il viso visibilmente segnato dalla stanchezza. Sicuramente dimostra più degli anni che possiede.

Una signora mi chiede di lasciarle il posto per poter giocare. Eccola. Con la sua mazzetta di gettoni e le sue sigarette già pronte. Si siede decisa e non si cura di essere guardata, giudicata da me.

Perché?

Decido di allontanarmi da quella sala, così soffocante, così spaventosamente confusionaria. Non riesco a respirare bene.

Osservo la roulette. Studio il gioco e, tra le spiegazioni del mio ragazzo e di una signora napoletana, riesco a capire. La puntata minima è 1 euro, la massima 50 euro.

Ho 10 gettoni. 10 gettoni colorati di un rosa acceso.

Le mani si accalcano sul tavolo verde, posizionando gettoni colorati su numeri e righe. Gesti apparentemente istintivi ma incredibilmente studiati e ponderati. Gente che si affatica a scommettere tutto quello che ha.  Persone con in mano mazzette piene di pezzi da 50.

E’ il luogo del lusso o della perdizione? Della disperazione e della povertà?

Uomini riuniti che scommettono soldi finti su un numero.

Le mani della croupier. La donna che mischia i gettoni e li distribuisce. Movimenti morbidissimi, come se stesse accarezzando un gattino. Attorno a lei il caos eppure non si scompone, non una parola, non un sorriso. Il suo campo visivo è ristretto al grande tavolo verde di fronte a lei. Mani che le passano e spassano davanti, gettoni tra le mani e numeri… un’infinità di numeri nella sua mente si stanno accalcando. Finito il giro raccoglie tutti i gettoni perdenti e li spinge dentro un buco. Tira la pallina (io neanche la vedo) e guarda lo schermo. Raccoglie le mani allo stomaco e le sfiora tra di loro. Le mani si sfiorano, non si toccano mai. Non tocca mai niente effettivamente… è così veloce e leggera che sembra non toccare niente. Un altro croupier viene a darle il cambio, il suo momento di manualità è finito. La sua calma è spiazzante.

Non oserei immaginarla al di fuori del suo ruolo. Non la immagino parlare con qualcuno o toccare qualcosa. Non la immagino fuori a fumarsi una sigaretta… no. Lei è la ragazza vestita di nero che conta i numeri e non tocca le cose. E’ affascinante tutto ciò e spaventoso allo stesso tempo.

Spaventosa creazione dell’uomo. Macchina per far soldi, tanti soldi.

Cosa spinge le persone a giocare contro la fortuna?

Non vi è adrenalina, no, perché tutto si esaurisce in un istante. Neanche te ne accorgi e hai perso troppi soldi. Troppi e non dipende neanche da te. Parliamoci chiaro, sono scherzi del destino. Dove cadrà la pallina adesso?

Perdo 10 euro senza godermeli, senza parlare e ridere con i miei amici. Nulla. Perdo 10 euro solo ed esclusivamente per “provare” una nuova esperienza. Orribile e apatica, non mi ha dato assolutamente nulla.

Un luogo che racchiude i peggiori vizi, tutti insieme. Un luogo in cui vieni accolto con gentilezza e vieni catapultato nel paese dei balocchi.

Non hai neanche bisogno di uscire per fumare, no, puoi comodamente impuzzare una stanza e stare seduto a premere quel pulsante. IL pulsante.

Sei a un passo dalla vittoria, ma allo stesso tempo incredibilmente lontano. Sei schiavo delle macchine. Ecco, resti schiavo delle macchine circondato dall’illusione di aver passato una serata diversa, invece hai solo buttato i tuoi soldi nel cesso del lusso.

Immagine

A parte la perdizione, il giro di soldi e il turismo del sesso… Ho trovato almeno UNA cosa bellissima da fare a Malta: le passeggiate sul lungomare da Paceville a Sliema.

(Ma questo è un altro capitolo)

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