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Soli con tutti.

Ci avviciniamo ad una persona per svariati motivi.

Penso ci sia sempre un motivo inconscio per cui lo facciamo. Forse, in quel preciso momento della nostra vita avevamo bisogno di amore, oppure di un’amicizia folle, o anche di uno scopa/amico. E così quell’incontro così casuale prende vita e si insidia nella nostra quotidianità.

Stringiamo legami per non sentirci soli, per condividere il nostro dolore, per compatire, per sentirci importanti per qualcuno, per avere qualcuno di cui prenderci cura, per sfogare i nostri istinti sessuali, per ringiovanire la nostra esistenza, per ridere…

Le svariate possibilità che ci portano a conoscere una persona sono davvero infinite. Il punto è, che non lo sappiamo mai fino in fondo. Perché? Perché ho voluto conoscere lui e raccontargli tutta la mia vita? Perché mi sono fidata così tanto di quest’altro? Ma soprattutto… come fanno, degli estranei, a diventare le persone più importanti della nostra vita?

Certe volte mi fermo a pensare a come era la mia vita senza determinate persone. Ero sempre IO, ma con il tempo mi sono accorta che dentro me, mille sfaccettature di altri caratteri, si sono plasmate e mischiate con ciò che “ero io” realmente.

Non so perché la gente si leghi così tanto agli altri. Spesso siamo legati al punto tale di amare più loro che noi stessi; e di volere più il loro bene che il nostro. Le persone ci influenzano dannatamente e noi cambiamo il nostro umore giornaliero in base a queste relazioni.

Io non so perché ho avuto bisogno di te. Non so perché ho deciso di cominciare a parlarti e aprirti il mio cuore; ma soprattutto, non so, qual è stato il momento esatto in cui ho deciso che saresti diventato… la persona più importante della mia vita.

Ci sono persone che entrano nella tua vita in punta di piedi, cautamente, silenziosamente. Imparano a conoscere la tua anima, rubando uno strato del tuo cuore. Lentamente si fondono con la tua passione. Persone che eclissano tutto il resto, in grado di comprenderti poiché ormai hanno profanato ogni tua emozione. Conoscono il tuo corpo e le sfumature del tuo carattere.

Noi scegliamo, scegliamo di continuo. Scegliamo la gente che ci circonda, la scegliamo per il carattere, per la conformazione fisica, per la forza morale, per l’intelligenza, per gli ottimi consigli che può dispensare, per tutto.

Cerchiamo continuamente delle certe caratteristiche in determinate persone, per precisi momenti della vita.

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Etichette.

E’ fastidioso ascoltare le tue parole e lo trovo inutile. Siamo esseri fatti di carne e ossa. Sentimenti? Tanti sì, ma siamo soprattutto una massa di carne e sangue. Una massa con una forma che noi ormai consideriamo una forma “normale”. Un contenitore ripieno di organi e altre viscere schifose. Un contenitore che vogliamo per forza riempire di anima e cose invisibili che “stanno al di sopra”. Come se non fosse già abbastanza straordinario il pompare del cuore, lo scorrere del sangue nelle vene, il moto oscillatorio dell’ugola, il continuo e perpetuo respirare, il rigenerarsi della nostra pelle. Oltre alla perfetta sincronia dei nostri marchingegni viscerali vogliamo per forza convincerci che qualcos’altro ci domina. Come se volessimo una giustificazione. Come ti stessi dando, tu, una giustificazione.
Ci sei tu e ci sono io. Poi c’è un letto e questa notte.
Non ho bisogno di credere che ci sia qualcosa oltre la mia voglia di baciarti, adesso. Un’altra dimostrazione della nostra macchina perfetta, noi che ci muoviamo incastrando i nostri corpi in un modo totalmente naturale e complementare.
Fissiamo delle regole
Delle stupide regole per celebrare questo atto dandogli un’etichetta. Non siamo più capaci di far nulla se non siamo sicuri di sapere quello che stiamo facendo. Se non siamo in grado di dare un nome… a questa “cosa”. Chiamala come ti pare, mettile un nastro rosso o riempila di merda, a me non interessa. Io voglio il tuo corpo.
Mistifica pure questo peccato compiuto per nulla, ma goditi il momento. E se vuoi vederci amore, vedi l’amore. Rilassati e lasciati andare, senza chiederti sempre il perché di tutto. O il come. O il dopo. Non lo saprai mai finché non lo vivi. Non voglio illuderti e non lo vuoi neanche tu, ma non lo sappiamo… cosa potrebbe diventare. Per me è stato un atto istintivo, evitando il controllo, abbandonando il buonsenso e scollegando il cervello.
E’ il culmine della nostra splendida macchina. E’ il paradosso invincibile che ci domina. Voglio te, adesso, dentro di me. Voglio te, dopo, a dormirmi accanto.
O forse no.
Voglio una sigaretta. Rimani lontano, ancora per un po’. Stacco quel filo immaginario che mi ha tenuta legata per queste tre ore. Diventi un piccolo disegno stilizzato dalle mie voglie ormai soddisfatte.
Non dormirai nel mio letto, questa è la mia regola
Posso fumare una sigaretta prima di andare?
Certo
Un attimo e voglio tutto. Un attimo e voglio niente.
E se dovessi spiegarmelo, non ci riuscirei. E’ quasi come vivere entrambe le condizioni senza sapere dove inizia l’una e dove termina l’altra.

Il giorno dopo mi sveglio con l’odore di sesso e lui ancora vivi nelle lenzuola.
Mi alzo e guardo allo specchio le mie occhiaie, mi lavo la faccia con l’acqua gelida.
E’ meglio cambiarle subito, queste lenzuola.

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in sottofondo: Night


Un pomeriggio di amicizia e sproloqui.

Ma secondo te il problema siamo noi? Che non riusciamo ad adattarci? Oppure sono loro che hanno dei paraocchi come cavalli? E riescono soltanto a vivere ciò che già conoscono?

Ma vaffanculo! Sono loro ad avere dei problemi, anzi sono UN problema. Noi siamo fortunati… siamo curiosi e non seguiamo un pensiero comune!

Sono io la fortunata? Non trovo neanche qualcuno con cui condividere un genere musicale!

Sei fortunata, cazzo. Perché magari avresti voluto farlo. Sei curiosa!

Cazzo, volevo nascere cretina.

Perché l’ignoranza è una bella condizione mentale per vivere felici. O, quanto meno, non provare nemmeno a riconoscere la felicità. Perché quando non ti poni delle domande, stai bene. Ti senti appagato. E’ bello quando non sei consapevole di essere insignificante quanto una molecola di idrogeno che si allontana durante l’evaporazione dell’acqua di quella pozzanghera a terra per strada. Chi cazzo ci pensa alle molecole di idrogeno? Immaginati mentre sei in piena corsa per prendere il bus? (La pozzanghera, l’hai vista?)

Comunque è una condizione del cazzo, la consapevolezza. La “presa di coscienza”. Ma de che? Di quale coscienza? La coscienza che la mia esistenza è insignificante? E che dovrei cercare di sfruttarla al meglio? Vivere con il fiato sul collo, per cercare di viverla sta cazzo di vita!

E tanto lo so che vivrò nello sconforto estremo, sempre. Perché non saprò mai cosa e chi varrà la pena di essere vissuto. Ed è come quando cerchi di fare tante cose (e le fai male), piuttosto dovresti concentrarti su una cosa (e farla bene). Cazzo ma come si fa a scegliere?

E’ abbastanza strano come pensiero, ma se proprio devo essere preciso il fatto di sapere che nella nostra vita non saremo mai completamente liberi……. E di sapere che siamo soltanto dei polli da spennare, comandati da gente che nemmeno conosciamo. Sapere che non ci si può fidare di nessuno, perché ormai non ci si può fidare di nessuno! Obiettivamente! Ci inculiamo tra di noi.

Porca troia. E’ tutto così malato e noi lo accettiamo.

Sapere che tutto quello che facciamo di sbagliato lo pagheremo nel nostro futuro, ma continuiamo a farlo. Sapere le nostre debolezze e sapere che anche la persona con cui stai ha le tue stesse debolezze. Perché siamo fatti di carne. E di spirito. E di istinto.

E’ come se non riuscissimo a controllarci.

Esatto. A noi piace non controllarci.

Sai? In questo momento l’unica cosa che vorrei è averti qui accanto. Ed è strano, perché è un pomeriggio qualunque e io sto male. Penso che l’unica cosa che in questo momento non mi farebbe stare male sarebbe avere te accanto. Una persona con cui non devo fare finta. Una persona senza pregiudizi. Forse mi sentirei così bene perché con te mi sentirei libera. Avrei una sensazione di potenza, come se potessi conquistare tutto il mondo.

Sai, magari siamo delle persone tanto sbagliate quanto giuste nello stare insieme.

L’amore è un po’ malato. Ti cambia per forza. Riesci a essere tutto quello che non sei quando sei innamorato. Invece con te, posso lasciarmi andare. Cazzo.

Basta fare questi discorsi. Smettiamola di parlare e torniamo a indossare quella maschera di ignoranza.

Già.

E indossiamo una maschera. Un po’ come i calvi con il riporto, che non vogliono accettare la loro condizione di “testa scoperta” e quindi si illudono. Mentono alla gente e a se stessi.

Invece sarebbe bello prendere una macchinetta e rasarsi totalmente, scoprirsi veramente per come si è.

Ma oggi è così……… difficile.

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Il Karma non esiste e gli arabi hanno degli uccelli pericolosi.

Simona beveva. Simona rideva. Simona sbagliava a pronunciare le parole in inglese e sognava di fare l’hostess di volo. Simona credeva che tutta la vita finisse dentro quella borsa firmata, dentro quei tacchi alti e quelle giacche pelose che io odiavo.
Simona indossava ogni giorno un paio di orecchini diverso dal giorno precedente, incorniciava il suo viso con enormi e penzolanti pezzi di bigiotteria.
Simona si truccava pure per andare al mare, non l’ho mai vista senza trucco, mai. Lei non ha mai il mascara sbavato, neanche quando piange d’amore sotto l’effetto dell’alcool. No. Lei è goffa quando beve, parla con tutti dei suoi problemi e poi scoppia in lacrime e risate… Insieme. Ma mantiene il suo viso impeccabile… Lei ride e piange, si butta a terra e vomita.

Simona si faceva comandare dal suo ragazzo, trascurava gli amici e si doveva accontentare di parlare di matrimonio e centrini con delle ragazze che, a soli vent’anni, non trovavano argomento migliore.
La sua stabilità mentale è stata stravolta durante un volo di 7 ore per gli Emirati Arabi. Quel corridoio stretto era il palcoscenico delle passeggiate di Alah. Alto, biondo, muscoloso e con il sorriso da cartone animato.
Lui, passando, le lascia un foglietto con su scritto un numero di telefono e le due paroline “call me“.
Lei ride e si imbarazza a causa del suo scarso inglese, vorrebbe parlargli ma riesce solo a dire “thank you” (come fanno i siciliani, con l’accento un po’ mafioso, scandendo le parole.. ThankYou).

La permanenza negli Emirati è piena di gioia e scoperta. Spettacoli, colori, vita. Taxi a poco prezzo, donne pudiche, locali spinti, caldo da morire e aria condizionata sempre sparata al massimo. Aria condizionata per vivere meglio. A Dubai hanno tutte le cose più grandi del mondo: il grattacielo, il centro commerciale, tutto esageratamente più grande. Fontane pazzesche, strutture e impalcature a perdita d’occhio. Poi hanno il deserto e le spiagge artificiali che sembrano isole di paradiso.

Difficile immaginarsi un Dio dopo aver visto tutte le opere dell’uomo così ben riuscite, così imponenti e maestose. Però loro ci credono, in Dio, ci credono veramente. Ci credono a tal punto da coprirsi dalla testa ai piedi per andare a fare la spesa sotto casa.

Simona si scambia messaggi con il suo stuart, facendosi aiutare da google traslate che spesso risulta così inutile quanto indispensabile. Decidono di vedersi la penultima sera prima di ripartire e io, io ero con loro.

Alah si fa trovare sotto l’hotel dove alloggiavamo (è assurdo quanto sia alto questo ragazzo). Parliamo un po’ e facciamo il giro dell’hotel per andare a prendere una coca in una pizzeria pseudo italiana. Io, effettivamente, non converso… io faccio da traduttore. Simona ride e mi dice di chiedergli qualcosa, io parlo con lui e lui mi risponde. Io traduco ulteriormente, con non poche difficoltà, e Simona ride perché mi dice le sue più sincere impressioni mentre lui è accanto a noi. Quando hanno sciolto anche l’ultimo cubetto di ghiaccio io salgo in camera, ad aspettare impaziente il ritorno della mia amica. Alle domande degli altri dico che è tornata in camera a dormire già da un pezzo e, per fortuna, sono un’ottima mentitrice.

Passa un mese da quella sera, Simona decide che è il momento di rivederlo. Non riesce più a sopportare il ricordo, vuole crearne altri. Prenota un volo diretto per Milano, resterà lì soltanto una notte. Lui arriva da una qualche parte del mondo e fa scalo per poi ripartire verso un’altra parte del mondo, chissà dove…

Si incontrano all’aeroporto, lei è imbarazzata e si lascia guidare da lui. Alloggiano in un hotel a pochi passi dal Duomo, l’uomo alla reception dice qualcosa tipo “Ah, sei tu quella di cui mi ha parlato”.

Alah la porta a cena fuori, vanno in un ristorante, comunicano a gesti… guardandosi negli occhi e toccandosi le mani. Comunicano utilizzando il loro corpo, come se non esistesse nessuna barriera linguistica.

Simona viveva un sogno, era la protagonista di un film d’amore hollywoodiano. Simona ha fatto, per la prima volta in vita sua, qualcosa che fosse fuori dai suoi schemi. Un giorno venne sfiorata da quest’idea e il giorno dopo si ritrovò catapultata dentro la sua idea. In carne e ossa.

Fanno sesso tutta la notte. Si fermano solo per mandare giù un po’ d’acqua e poi ripartono, assetati di voglie orgasmiche. Due sconosciuti che si conoscono a memoria e sbattono violentemente i loro corpi contro il letto.

Lenzuola bianche, odore di pulito, mobili liberi da qualsiasi oggetto, nulla. Tutto ciò che li circonda potrebbe essere appartenuto a tantissime persone senza che esse potessero lasciare una traccia evidente. Eppure loro sono lì, stanno cedendo ai loro istinti, sono due persone che hanno spogliato la loro anima e sono rimasti lì a consumare il loro più grande atto d’amore in una stanza che non si ricorderà di loro.

Il giorno dopo Alah la sveglia e, mentre fanno colazione, le dice di credere nel Kharma. “Se tu fai del bene, riceverai sempre bene. Se tu fai male, riceverai male. Io credo in questo.” Le spiega la sua spiritualità e lei lo guarda come fosse una bambina. Romantica.

 

Simo, che hai? Perché stai piangendo?

Ragazzi, non potete capire, mi fa ancora male… non riesco a camminare!

Scoppiamo tutti in una risata collettiva.

 

Simona beveva. Simona rideva. Simona è uscita una volta dagli schemi e non vi è più ritornata. Simona, da quel giorno, ha mandato a fanculo il Kharma e ha lasciato il suo ragazzo geloso. Ha tolto il trucco dalla sua faccia solo per un giorno, per vedersi dentro e provare a cancellare le colpe di cui si era macchiata.

Alah è sparito, credo si sia sposato quattro mesi dopo.

Adesso Simona studia inglese, sogna di fare la hostess e abita ancora con i suoi genitori. Non riesce a prendere in mano la sua vita, ha troppi smalti per vedere oltre il suo dito. Ogni tanto compra di nascosto il profumo maschile Porsche, lo stesso profumo che per ventiquattr’ore si è attaccato alla sua pelle.

Simona mi ha chiesto di raccontare la sua storia, mentre era ubriaca e piangeva.

Cazzo, svegliati!

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Ah, ricordo che mi parla sempre di quanto sia impossibile dimenticare il membro dell’ARABO. Noi lo chiamiamo così, anche se in realtà non era arabo.


Nothingman.

Litigo e penso e ascolto questa.

La relazione più sincera, che io abbia mai avuto, è stata con il “trentenne” di stampo indecifrabile. Non pretendevo niente. Assolutamente niente. Non avevo bisogno di dimostrazioni d’amore pubbliche o di attaccare l’etichetta “fidanzato” sulla sua testa. Volevo solo essere amata, in quei pochi momenti che ci ritagliavamo per noi.

Non ricordo una lite. Nemmeno una. Non ricordo scenate di gelosia, nessuna. Anche se di dubbi e di problemi, ne avevamo piene le teste. Ricordo solo l’intensità dei momenti.

La vita mi corre davanti e io galoppo per raggiungerla, sono schiava del mio passato e del mio presente. Il passato che ha risucchiato tutto e che puntualmente mi da immagini di se riflesse, nel presente. Io vedo e sento il tuo profumo in qualche modo costante. Ci sarà una parte di me che mi crea allucinazioni? Stanotte ti ho sognato. Uno di quei sogni chiarissimi da vivere, ma difficili da raccontare.

Eri tu, mi prendevi e mi dicevi di venire con te perché io avevo bisogno di te e anche tu. Mi prendevi per mano e mi guidavi verso una giusta direzione; non lo dicevi, ma sapevo dentro di me che era giusta. Vedevo nemiche le persone che nella realtà mi sono amiche.

Ostinante mi lasciavo trascinare e tu eri accanto. Stringevi il mio polso e ascoltavi la mia storia.

Guardo avanti. Per un attimo mi giro ad osservarti per assicurarmi che tu sia veramente tu, ma non è così. Immediatamente stai invecchiando. Le rughe, il tuo viso troppo maturo. Ti accarezzo la testa e mi ritrovo un pugno di capelli che stringo con rabbia nel palmo della mia mano.  Perché hai perso questo tempo se era questo quello che volevi?

In realtà io sono identica a prima, non una ruga, non un segno del tempo, stesso conto in banca e stessa precarietà.

Mi sveglio di soprassalto spaventata di aver ceduto al mio incubo. Mi alzo e vado a lavare la mia faccia scossa dalle espressioni della notte.

Io non voglio restare “giovane per sempre” e poi svegliarmi un giorno e capire di aver sprecato il mio tempo. Non voglio alzarmi e capire di aver desiderato le cose sbagliate.

Vivo di emozioni forti, o almeno prima era così. Adesso mi lascio trascinare dalle barbarie della  società e del mondo. Vivo con e per gli altri, senza chiedermi se è giusto.

Sono realmente cambiata?

Con te era tutto un percorrere strade pazzesche e immaginarie.

Noi non facevamo mai passi avanti, restavamo sull’orlo del nulla ad ascoltare ciò che la vita ci sussurrava. Tu avevi bisogno di me per sognare e io di te per crescere.

Ora sono cresciuta infelice. Passo sopra le emozioni per privilegiare il buonsenso. Vorrei evadere, ma tutto ciò che mi circonda è costruito. Tutto costruito dall’uomo e per l’uomo. Qualsiasi modo io abbia per evadere è in realtà una costruzione mentale e architettonica. Io vedo luoghi, case, bar.. costruite dall’uomo. Divertimento sfrenato per far soldi. Ricerca oscura della felicità.

Ma cosa voglio che sia la mia felicità?

Tu hai provato a spiegarmelo, ma non sei riuscito a dimostrarlo. Ora cerco un perché e una via di fuga da ciò che gli altri chiamano “vita”.

“Una volta lei credeva
ad ogni storia lui le raccontasse
un giorno si è irrigidita
lo ha abbandonato
sguardi vuoti
da ogni angolo di una cella in prigione
uno esce appena
l’altro è lasciato dentro al pozzo
e colui che dimentica
sarà destinato a ricordare.”


Amici? No, preferisco amarti.

E’ il nostro ennesimo litigio. Ho l’impressione che le cose non torneranno come prima. Sono incazzata, incazzata da morire con te. Te che non vuoi ascoltarmi. Ogni volta che mi vedi tieni il broncio. Ogni volta che provo a parlarti, mi tagli. Ogni volta che ti cerco, non rispondi. Ogni volta che ti domando se hai qualcosa, tu mi rispondi con un “niente” secco. Ti conosco da troppo tempo, so esattamente che c’è qualcosa che non va. Ho appena finito di giocare a carte, sono le 2.05 di notte e sul mio cellulare ci sono due messaggi tuoi.

Possiamo vederci? E’ importante.” – ore 00.53

Ti giuro che è importante.” – ore 01.05

Rispondo dopo un’ora, pensando che ormai fosse troppo tardi, e tu subito mi chiedi di vederci sotto casa mia. Mentre torno a casa, parlo con me di tutto quello che potrebbe accadere tra poco. Penso inutilmente a tutte le cose folli che abbiamo fatto insieme, a quanto la  nostra amicizia fosse solida e reale, fino a qualche mese fa. Mi fumo l’ultima sigaretta e vengo da te.

Mi stai aspettando fuori dal cancello, dentro la macchina. Io parcheggio ed entro. Mi siedo e improvvisamente sento accelerare il mio cuore, sento di poter scoppiare in lacrime da un momento all’altro. Ho l’impressione che questa sera non sarà una bella sera.

Hai presente la fine del mondo? … Ecco…” – dici tu, nervosissimo.

Io annuisco senza spicciare una parola. Per tutto il tempo tengo lo sguardo basso, gli occhi fissi sulle mie mani e sono pronta a piangere.

Vedi, io da un po’ di tempo a questa parte… non provo solo amicizia nei tuoi confronti.

Ecco. L’ha fatto. L’ha detto. Cosa sta succedendo dentro me? Sto cominciando a piangere, piangere da morire. Non riesco a bloccare questa cascata. Sono invasa dal terrore, tremo, ho il viso totalmente umido. Non riesco a rispondere. Non riesco a commentare. Non posso dire niente. Lui decide di accendere la macchina e fare qualche metro avanti. All’improvviso, tra un singhiozzo e l’altro, riesco a parlare

Sai cosa vuol dire questo, vero?

Cominci con il tuo solito sbattere il pugno tra i denti. Balbetti e non capisco cosa tu voglia dire. Continuo a piangere. Queste lacrime bruciano, infuocano le mie guance. Sono spiazzata. Sapevo che era l’unico motivo per cui avrei giustificato il tuo comportamento, ma allo stesso tempo era l’ultima cosa che volevo sentirmi dire. Adesso non saprò chi chiamare quando avrò voglia di urlare. Quando vecchi fantasmi torneranno a fare visita. Non saprò chi cercare in una notte buia e uggiosa in cui avrò bisogno di conforto. Non saprò più come ridere, non ci sarà più nessuno che mi farà ridere di gusto.

Io volevo temporeggiare… allontanarmi lentamente, ma tu non me ne hai dato l’opportunità.” – dice lui.

Se penso a tutte le volte che… oh dio…” – vengo bloccata dai singhiozzi.

Non ci pensare, non pensare a quanto ho sofferto… ormai mi sono rassegnato, non farti del male.” – irrompe lui.

Non dovrei farmi male? L’unica cosa che ho cercato di fare negli ultimi anni è stata quella di starti vicino e adesso vengo a scoprire che l’unico tuo motivo di sofferenza ero io. E’ una situazione insopportabile. Una di quelle situazioni in cui tutto ti sfugge dalle mani. Sabbia, sto cercando di tenere della sabbia tra le mani durante una tempesta di vento. Pensieri snervanti e poco rassicuranti. Riesco solo a condannare ogni mio singolo gesto. Avrei dovuto capirlo, avrei dovuto ascoltare tutti quelli che non credono nell’amicizia tra maschio e femmina. E’ tutto così irreale.

Ho aspettato il momento adatto. Il momento in cui tu saresti stata felice e io sarei stato sicuro che potessi farcela da sola. Tu, ora, puoi farcela……. Senza di me.

Le sue parole sono affilate. Orribili. Laceranti. Non riesco ad alzare lo sguardo, ho gli occhi rossi. Rossi. Rossi e gonfi. Annebbiati. Annebbiati dalle lacrime o dal disprezzo che ho per me stessa. Ho fatto del male all’unica persona di cui mi importava veramente. Ho condiviso le cose peggiori e le cose migliori della mia vita con lui. D’un tratto mi sento svenire e devo prendere una boccata d’aria. Esco dalla macchina e mi fumo una sigaretta.

Me ne fai una?” – mi chiedi.

Sei sicuro?” – mi scappa un accenno di sorriso.

Non hai mai fumato e ora vuoi fare quest’ultima cosa con me. Sono spiazzata. Riesci a farmi ridere pure con una montagna di lacrime che mi riempiono gli occhi. Hai la tosse per colpa del fumo ed esclami con qualche parolaccia. Adoro la tua semplicità e la tua spontaneità. Cerco di godermi gli ultimi attimi con te.

Sotto casa mia ti abbraccio imbarazzata e riesco solo a sussurrare un “ti voglio bene, sempre”. E tu ricambi. Lasciandomi andare via. I giorni sono terribili. Piango ogni volta pensando a te. Pensando alla nostra amicizia perduta, oppure mai esistita. Cerco di sparire dalla tua vita, non ti cerco. Provo a farti vivere senza di me. Senza il peso… di me. Odio il fatto di averti fatto soffrire così tanto. Odio dover essere io quella di cui ti sei innamorato. Lo odio. Sei l’unico che riesce a farmi odiare da me stessa. Spero solo, dal profondo del mio cuore, che tu possa andare lontano. Che tu possa arrivare ovunque, perché puoi. Tu puoi tutto. Se le persone che ci circondano vedessero solo un quarto di quello che io ho visto in te, allora potrai stare certo che il mondo ti accoglierà a braccia aperte… qualsiasi cosa tu decida di fare. Qualsiasi strada tu decida di percorrere, sarà spianata. In questo momento, è come se una parte del mio cuore fosse collassata. Spero che il futuro possa riservare a te e a me… giorni migliori. Spero di poter ridere di tutto questo. Ma soprattutto spero di poterti incontrare, un giorno, su di un enorme palco che suona la tua musica. Lo spero proprio. Il tuo è un bel modo di suonare.

Autentico. Come sei tu.

Oggi è il tuo compleanno e questo lo dedico a te. Enjoy the silence.

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