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Lettera da Lei

Amore mio dolcissimo, è da tanto che cerco di scrivere qualcosa, invano provo a mettere in fila una frase che abbia un filo logico, per te. Dal primo istante che ti ho stretto tra le mie braccia, come per magia, la tua piccola vita ha fatto diventare grande la mia…. e poi… e poi un giorno così di colpo, ti ritrovi grande, dentro a un grande contenitore chiamato mondo. Quante volte mi sono chiesta se mai sarei stata in grado di essere una mamma adeguata e amorevole, questo solo tu lo puoi dire, perché hai seguito ogni piccolo passo della nostra meravigliosa avventura di essere madre e figlia. Se penso a tutto questo una lacrima mi sfiora il viso, ma non preoccuparti è una di gioia. Ricordo quando eri piccola, non mi lasciavi dormire, ora che sei grande….. praticamente è la stessa cosa. E’ stato un sogno realizzato quando sei nata, un altro crescerti, un altro aiutarti a realizzare i tuoi di sogni. Adesso che sei scesa dal triciclo trainato da mamma e cominci a pedalare da sola, ti auguro che tu possa percorrere serenamente il sentiero della vita, a volte pieno di sassi, e di vincere tutte le tappe, non perdendo mai il sorriso gioioso che ti contraddistingue da sempre. Io sarò sempre ad un passo da te, pronta a sostenerti ogni volta che cercherai la mia mano. L’amore che provo per te va oltre ogni confine. Tantissimi auguri. La tua mamma. Ho voglia di vederti felice davvero.” A stento trattengo le lacrime, ma non voglio aggiungere altro. Le parole di mia madre hanno riempito già il tutto.

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Antibiotici. Droghe. Persone.

Amare così fortemente qualcuno e non essere compresi è una tortura.
Amare non si fa per qualche condizione o patto stipulato.
Amare si fa incondizionatamente, come l’amore dei genitori per i figli.
Ciò che può turbarmi lo fa solamente per pochi istanti… poi passa, passa tutto in confronto a un’emozione così forte.
Io devo giustificarmi sempre con me stesso per amarti così… e quando ciò accade si scatena un fuoco dentro me.
La mia anima sarà dannata sempre per questo.
Non sei l’unica a non capire.
Sei però l’unica che ho voluto così fortemente nella mia breve vita.

Tortura i pensieri come tortura le sue fragili dita. Scarnifica la pelle e porta in superficie le ferite nascoste. Le umiliazioni subite scherniscono i suoi sentimenti ormai mutati definitivamente. Jean conserva la lettera e prepara la striscia.
La sua dose quotidiana.
Ha deciso di smetterla, con le persone. Ha deciso di disintossicarsi dalle relazioni… Queste infami convenzioni sociali strettamente legate all’ordinario.
Non c’è peggior dipendenza di quella da una persona” si ripeteva la notte prima di andare a dormire… E la mattina… quando si alzava e si guardava allo specchio, incredula di essersi risvegliata anche quel giorno. Per vivere anche quest’altro fottutissimo giorno di merda.
Le persone creano dipendenza e se ne abusi rischi di perdere te stesso.
Jean non si perdeva mai, no. Lei era diversa.
Lei cercava l’adrenalina, cercava l’orgasmico accavallarsi di parole senza senso. La droga ti scuote gli istinti, come le persone. Ne vuoi di più, sempre di più.
Jean era un corpo immune all’antibiotico, alle droghe e alle persone.
L’effetto diminuiva fino a sparire e poi doveva passare ad altro.
Altre persone.
Altre droghe.
Altri antibiotici.

Jean dipendeva dalle persone, dalle sfumature delle persone, dalle vite delle persone. Tutte le vite del mondo, Jean, le conservava in una scatola. Una scatola di vecchie scarpe, nulla di pretenzioso. Le vite delle persone non sono pretenziose, non la maggior parte. Le vite delle persone sono sporche e invadenti. Piene di errori e bugie. Piene di scomodità e di realismo. Di cattiveria e di sofferenza.
Jean si svegliava e, ogni tanto, apriva la scatola per ricordarsi di altre vite. Per ricordarsi delle sue dipendenze. Accadeva quasi sempre in un giorno assolutamente inutile. Uno di quei giorni di cui poteva tranquillamente fare a meno. Insensato. Piatto.
Guardava quei ricordi con un apparente senso di soddisfazione.
Lei aveva vissuto quelle vite per poco, indirettamente, e ne era uscita vittoriosa.
Ma la vittoria era una magra consolazione alla solitudine.

La solitudine di chi non ha mai imparato ad amare.

( Foto di Stefania Cacace – Frame. )

 


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